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giovedì 25 febbraio 2010

In the news

1. Finalmente il sito di S(o)OS e' up and running. Eccoci qui.
2. Ieri sono stato intervistato dal Tirreno insieme ai nostri studenti Dhaval e Mangesh. L'articolo e' disponibile su web. solo a pagamento, sorry!

Update: adesso è disponibile gratuitamente. Nella foto, gli studenti Mangesh e Dhaval, ... nel laboratorio sbagliato, cioè quello di telecomunicazioni ottiche, ma si sa come sono i giornalisti! :)

giovedì 10 luglio 2008

Sui tagli agli stipendi dei professori

Nell'ultima finanziaria preparata dal ministro Tremonti sono previsti tagli agli stipendi dei docenti universitari. Ecco un estratto del testo:

*Art. 69. - Progressione triennale
* 1. A decorrere dal 1° gennaio 2009 la progressione economica degli stipendi prevista dagli ordinamenti di appartenenza per le categorie di
personale di cui all'articolo 3 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, si sviluppa in classi ed aumenti periodici triennali con effetto sugli automatismi biennali in corso di maturazione al 1° gennaio 2009 ferme restando le misure percentuali in vigore.


Detto in italiano, se prima era previsto uno scatto di anzianità ogni due anni, ora ne è previsto uno ogni tre, a parità di importo. E' abbastanza chiaro che questa misura penalizza fortemente chi è all'inizio della carriera, come il sottoscritto, mentre è ininfluente per chi è già vicino alla pensione.

A tal proposito, ricevo una e-mail dai colleghi dell'Università di Pisa che volentieri riporto qui sotto:

Cari amici e colleghi,

[...] a Pisa ci siamo "divertiti" a stimare quanto ci costerà tale manovra facendo alcune simulazioni che potete trovare nel documento PDF allegato. I tagli in questione vanno a colpire soprattutto i più giovani (indipendentemente dalla fascia) ed in particolare i neo-assunti ovvero coloro che hanno più scatti di carriera di fronte a sé. Come si vede dalle simulazioni, i tagli sono complessivamente nettamente superiori ai centomila euro. Vi prego di dare diffusione al documento allegato. Grazie per l'attenzione.


Ecco il documento allegato. Impressionante vero? Da calcoli approssimativi, a fine carriera, se tutto va bene, avrò circa 10.000 euro all'anno in meno rispetto a un mio attuale collega anziano. Significa un taglio di ben più del 10% su uno stipendio già parecchio inferiore ai nostri colleghi europei. Ovviamente, significa una pensione più bassa, perchè saranno stati fatti minori versamenti contributivi.

Quanto conta di risparmiare il governo con tale taglio sulle mie aspettative future?

2. In relazione ai risparmi relativi al sistema universitario, valutati in 40 milioni di euro per l'anno 2009, in 80 milioni di euro
per l'anno 2010, in 80 milioni di euro pe l'anno 2011, in 120 milioni di euro per l'anno 2012 e in 160 milioni di euro a decorrere dall'anno 2013, il Ministero dell'istruzione, dell'universita' e della ricerca, tenuto conto dell'articolazione del sistema universitario e della
distribuzione del personale interessato, definisce, d'intesa con il Ministero dell'economia e delle finanze le modalita' di versamento, da parte delle singole universita' delle relative risorse con imputazione al capo X, capitolo 2368 dello stato di previsione delle entrate del
Bilancio dello Stato, assicurando le necessarie attivita' di monitoraggio.


Bene, il risparmio annuale sarà di parecchio inferiore al prestito Alitalia. Fa piacere saperlo. Fa poi ancora più piacere sapere che quest'anno il governo risparmierà con questo taglio meno della metà di quanto ha dato l'anno scorso ai camionisti che bloccavano le autostrade.

Per togliere ogni equivoco di torno: la stessa misura è stata tentata l'anno scorso di soppiatto dal governo Prodi, e arrivati quasi in fondo non gli è riuscita. Volete scommettere che quest'anno invece si arriva in fondo?

Ah, naturalmente non ci si ferma qui: blocco del turnover (ogni 5 docenti che vanno in pensione se ne può assumere 1), e taglio pesante sul fondo di finanziamento ordinario (ovvero l'"ossigeno" dell'Università). Come "contropartita" le università potranno, se vorranno, trasformarsi in fondazioni private.

Ora, sulla contropartita, non sono un esperto, ma i colleghi economisti e non che ho sentito, alla proposta mi hanno risposto con frasi non riportabili in questo blog. Più seriamente, non ho ancora sentito un commento serio a supporto della possibilità di trasformarsi in fondazioni, neanche dai docenti più liberisti e "americanisti". Magari ne riparleremo in seguito.

Invece, per quanto riguarda il blocco e i tagli, essi sono semplicemente un altro colpo di piccone a una struttura già decrepita e sul punto di crollare, e una pietra tombale per le speranze dei giovani brillanti che vogliono entrare nell'università oggi.

Naturalmente la protesta sta pian piano montando. Non siamo camionisti noi, quindi a chi volete che importi? Oggi comunque il ministro Gelmini si fa intervistare da Repubblica sulla questione. Riporto la risposta ad alcune domande (come reminder: queste "interviste" consistono in una lista di domande che il giornalista manda all'ufficio stampa del ministero che più tardi invia indietro le risposte, e spesso si contratta su quali domande si possono fare).

Le condizioni degli atenei italiani sono molto variabili. Non era possibile modulare i tagli - ad esempio in base al merito - invece di stabilire una stretta cospicua per tutti?
"Ogni ateneo è una realtà a sé, lo so perfettamente. Per questo stiamo studiando i margini per non ripartire la decurtazione indistintamente tra tutti gli atenei, ma in base ad appositi indicatori che saranno individuati in accordo con la Conferenza dei rettori. Stiamo già lavorando all'individuazione di criteri più idonei e efficaci per ripartire nel 2009 le risorse - e conseguentemente i tagli - sulla base di indicatori di merito. Inoltre i mancati finanziamenti del Fondo ordinario verranno compensati dal Fondo straordinario, istituito per premiare gli atenei migliori".


Prende in giro? che fate, prima tagliate a tutti e poi si definiscono i criteri per stabilire chi è migliore? e se nel frattempo il paziente muore? promesse in cambio di tagli, è tutto quello che sanno fare i governi da anni a questa parte. Promesse che cadono quasi sempre nel vuoto, perché questa volta dovrebbe essere diverso? Da una che è stata "dimessa" da Presidente del Consiglio Comunale del suo paese per "inoperosità", come posso aspettarmi tutta questa attività frenetica? E il fondo straordinario è davvero straordinario, dato che fin'ora nessuno ne ha visto la consistenza.

E tutto il lavoro fatto sul problema della valutazione della ricerca fin'ora, vedi i vari CIVR e adesso ANVUR? Voci di corridoio dicono che la ministra non apprezza. Forse perché varato dallo scorso governo? sembra comunque che si debba ripartire da capo a stabilire i criteri. Buon Dio, quanto ci vorrà ancora? E i concorsi nel frattempo resteranno come prima? (locali e a vincitore unico, quindi già designato?). In realtà, la verità è un'altra, prendete nota: la valutazione costa. E questo governo non ha intenzione di spenderci una lira.

Come immagina l'università del futuro?
Riassumo l'università che sogno in tre parole: internazionale, eccellente, meritocratica. E, quarto, trasparente. Le singole università dovranno fornire sui loro siti web, come avviene in gran parte del mondo anglosassone, i dati sugli sbocchi professionali dei loro studenti, sulla produzione scientifica annuale dei loro docenti e ricercatori e sulla soddisfazione degli studenti, un monitoraggio che già diversi atenei, statali e privati, provvedono a compiere. Solo con la trasparenza e l'accessibilità alle informazioni può affermarsi un sistema pienamente meritocratico, che consenta a studenti e famiglie scelte consapevoli e informate.


Nell'ultima frase sta il pensiero di questa classe dirigente. Ecco cos'è l'Università: una scuola superiore un po' più avanzata di un liceo o di un istituto tecnico. Il sistema meritocratico serve a fare in modo che studenti e famiglie possano orientarsi. Punto. Per questo, basta pubblicare tutti i dati sui siti web, e finisce lì, che ognuno si faccia la sua valutazione di qual'è l'università migliore, quella che offre più sbocchi lavorativi. Magari spendendo un po' di più in pubblicità per dare ossigeno all'economia, che diamine!

Nel frattempo, i professori si organizzeranno, vedrete. Ho l'obbligo di 120 ore di didattica? e 120 ore siano, non un minuto di più. Se serve il mio contributo per un corso in più, pazienza, arrangiatevi.

Che devo dire adesso ai miei colleghi più giovani che vogliono tentare la carriera? Che devo fare io stesso di un paese che non mi vuole, anzi che mi deride?

giovedì 26 giugno 2008

Perché non sono (ancora) emigrato all'estero

Tanti mi hanno chiesto e mi chiedono più che mai: "come mai sei rimasto in Italia?" Oppure mi consigliano con piglio deciso: "dovresti emigrare! Per quelli come te qui non c'è spazio!"

Cerco qui di dare una risposta faticosa, che sarà tutto tranne che definitiva (essendo un relativista fondamentalista, mi riservo il diritto di cambiare idea come più mi aggrada!)

Innanzitutto vediamo le possibilità. Sono stato un "visiting student" negli USA, e ho girato alcune università europee per collaborazioni, lectures e project meetings.

Negli USA. Alla fine del mio dottorato ci ho pensato seriamente. Avrei potuto cominciare da una piccola università: avevo avuto un'offerta informale dall'University of Nebraska (che chiaramente non era questa bellezza), oppure provare il colpaccio in una grande un'università (un mio collega di dottorato è riuscito all'University of Illinois at Urbana Champaign - UIUC). Ci ho pensato a lungo. In USA si lavora molto bene. Raramente ti rompono le scatole con roba troppo burocratica. La paga è più che buona (anche se inferiore all'industria). Le soddisfazioni sarebbero state moltissime (forse).

Poi ho deciso che non faceva per me, e non ho fatto alcun colloquio. Non mi convinceva tutto il resto. Gli americani lavorano come muli, sacrificando parte della vita privata. Un paio di settimane di ferie l'anno sono sufficienti per loro. L'ambito culturale è completamente differente, non esiste il concetto di "piazza" di una città, o di passeggiata in centro. Il concetto di amicizia è molto personale, one-to-one, non esiste il "gruppo di amici". Gli americani sono quasi tutti sradicati: nascono nella west-coast, poi si spostano nella east-coast, o viceversa. Raramente più di 10 anni in un posto. Noi italiani da qui ci immaginiamo gli USA un po' come noi, a causa dei film e della TV. In realtà quando sei lì ti sembra davvero un'altro pianeta. Mi sembrava di vivere in un film americano.

Insomma, ho pensato: "è qui che vuoi far crescere i tuoi figli?" e mi sono risposto "decisamente no". Con tutto che ho lasciato lì degli amici meravigliosi che mi mancano molto (uno su tutti!).

In Europa. Qui il discorso si fa più difficile. Ho ricevuto una proposta informale da una università svedese. Gli svedesi sono sempre alla disperata ricerca di qualcuno che voglia andare da loro. Ma la Svezia proprio no, troppa poca luce d'inverno, troppo freddo (dentro e fuori).
Altri paesi li potrei prendere in considerazione molto seriamente (ogni tanto ci penso). Germania, UK, Spagna, Francia (in quest'ordine). Ho amici in Germania, inutile dire che si trovano molto bene, e anche in Spagna. Certo, prendere una decisione del genere non è affatto facile. Muovere la famiglia (i bimbi sono piccoli ancora), andare lontano dagli affetti, cambiare approccio alla vita. E poi ci sono altre ragioni che spiegherò dopo.

Nostalgia canaglia. Gli amici "tedeschi" però ogni tanto parlano di rientrare. E anche il mio amico a UIUC farà un sabbatico da noi ora che ha preso la tenure.
Come mai? Si sta male lì da loro?
Secondo me è una domanda mal posta. Come potete immaginare, non esiste solo la soddisfazione nel lavoro. Un italiano che vive lontano dal proprio paese sente sempre la mancanza della propria cultura. Si riempiono le case di forme enormi di parmigiano, e la macchinetta del caffé (sacra!), e la parabola per vedere Rai International. Se le soddisfazioni lavorative e il cerchio di amicizie che si creano riescono a compensare il gap culturale, la nostalgia è più facilmente sopportabile. Se la cultura del paese "ospitante" è molto diversa da quella italiana, invece, la nostalgia si fa più pressante. Infatti, mentre i miei amici "tedeschi" vorrebbero rientrare, i miei parenti e amici che vivono in Spagna sentono molto meno la nostalgia.

E chi non può rientrare? Certa gente purtroppo vive la lontananza con vero astio e dolore. Non ne vogliono nemmeno parlare, e se lo fanno sputano fiele. Come fossero esiliati. Davvero non li invidio.

In Italia. Dal punto di vista lavorativo, non posso dire di trovarmi male, sarei un ingrato. Ho fatto una buona e veloce carriera, perché sono stato molto fortunato oltre che bravo. Vivo in una cittadina piccola ma non troppo, e tranquilla (come ho sempre desiderato). Lavoro in una delle migliori Università di questo paese. Sono circondato da ottimi colleghi. Ho avuto e ho studenti intelligenti. Abbiamo un gruppo meraviglioso e un ambiente fantastico al nostro laboratorio. Ho diversi progetti Europei, e un bel po' di fondi a cui attingere. Se metto tutto ciò a paragone del livello medio dell'Università italiana, non posso davvero lamentarmi. E poi, ho sposato la donna che amo, ho dei figli bellissimi.

Tutto bene allora?

La vita civile. Non proprio. Da alcuni anni l'ambiente civile italiano si è particolamente guastato. Non che sia mai stato una meraviglia, per carità. Ultimamente però la situazione si è degradata oltre misura. Più di tutto mi sembra che non esista più il futuro. Non si parla mai di quello che succederà in Italia fra 10, 20 anni. Non ci sono progetti a così lunga scadenza, da nessuna parte. Tutti si aspettano di avere tutto e subito. Non esiste più neanche il passato, se non in una stanca e sciatta "nostalgia" degli anni '60, '70, '80, e ora perfino degli orribili anni '90.
E' chiaro che per una persona che dovrebbe fare ricerca il futuro è tutto. Se mi cancellate il futuro, cancellate la mia ragione sociale.

Gli italiani vivono in un eterno presente, immobili, imprigionati. Come se qualcuno ci avesse legato ad una sedia e imbavagliato davanti a una TV e ci facesse vedere un film, sempre lo stesso, all'infinito. Berlusconi, D'alema, Rutelli, Fini, Casini, Mastella, sempre gli stessi, perfino Andreotti e adesso Emanuela Orlandi e Marcinkus. E poi Baudo e la Carrà, e Mike Buongiorno. E Vespa, l'odiato Vespa. E Biscardi, ho visto Biscardi l'altra sera in TV. Vedrete che tra un po' ritorna Moggi, magari a commentare le partite in TV insieme a Salvatore Bagni. "A volte ritornano" in Italia si trasforma in "Ritornano sempre". Gli scandali si susseguono ma non si scandalizza ormai più nessuno. Niente importa più veramente se esiste solo il qui e ora. Si vive come in apnea. Aspettando che "passi la nottata". E intanto tutto si sgretola intorno a noi.

Si può vivere senza futuro? E' un vivere ben triste.

Io ci provo continuamente ad immaginare un futuro. Ci provo, vi assicuro. Come saranno i miei figli da grandi? Come e dove sarò io tra 10 anni? Ma non sempre mi rispondo "in Italia".

mercoledì 21 maggio 2008

Proverbi e motti illustrati - 2

Seconda puntata.
Errare humanum est, perserverare autem diabolicum

Circa 6 anni fa la Lega e AN vollero introdurre un bel giro di vite all'immigrazione clandestina. Pensa che ti ripensa, se ne vengono fuori con la legge "Bossi-Fini". Ovvero, chi vuole stare in Italia legalmente, deve avere un contratto di lavoro regolare (inizialmente addirittura a tempo indeterminato). Non ci voleva uno scienziato per capire che una tale legge avrebbe favorito l'immigrazione clandestina. Infatti, se è diventato più difficile fare l'immigrato regolare, non è cambiato niente per l'immigrato clandestino. Anzi: un povero cristo che avrebbe voluto fare l'immigrato regolare viene di fatto spinto nel limbo della clandestinità. Le questure che dovevano rilasciare i permessi di soggiorno si sono intasate praticamente da subito dopo l'introduzione della legge. Per un permesso di soggiorno di un anno si aspettavano circa 10 mesi. Quando arrivava il permesso era già ora di mettersi in fila per il rinnovo. Le aziende che volevano assumere non ci riuscivano: è difficilissimo rientrare nelle maledette quote.

E per i clandestini, che è cambiato con la Bossi-Fini? Niente. Clandestini prima, clandestini dopo. I delinquenti anzi hanno più agio, perché i poliziotti sono agli sportelli a sbrigare le pratiche.

Allora spostano tutto: dalle questure alle prefetture ("bisogna liberare i poliziotti impegnati alla scrivania da utilizzare per pattuglie", anche se contemporaneamente tagliano i soldi per la benzina: "che pattuglino a piedi allora!"). Naturalmente così da un giorno all'altro senza preparare nessuno. Risultato: 2 mesi di buco, nessuno prendeva le domande di permesso di soggiorno, nè le questure, nè le prefetture. Infine, con il governo Prodi, le domande vanno per posta. Per posta? Sì, per posta. Incredibilmente, la procedura si sveltisce, perché il governo fa praticamente una mega sanatoria: non c'è tempo, nè ci sono soldi per controllare tutti, quindi tutti dentro.
Notare, prego: il governo Prodi non ha cancellato la Bossi-Fini.

Lascio al lettore il semplice compito di valutare i risultati pratici di questa legge: vi sembra che la situazione immigrazione sia migliorata in questi 6 anni? Vi sentite più sicuri? Ci sono meno immigrati clandestini in giro? Possiamo quindi tirare un bilancio: una inutile e dannosa legge di merda.

In campagna elettorale, i firmatari della legge avevavo detto: "bisogna applicare meglio la Bossi-Fini". La colpa non è loro. Loro la legge l'hanno fatta, sono gli altri che l'hanno applicata male, capito?


Ora che sono al governo, ecco un altro bel giro di vite. Si comincia con 400 arresti, così su due piedi, per far capire che ci siamo rimboccati le maniche. Qui non si scherza capito? Poi, subito una nuova legge. Reato penale di immigrazione clandestina. Reato, quindi carcere.

Carcere? E dove li mettono? Ma ci sono le carceri per metterceli tutti? E chi paga il vitto e l'alloggio a questi qui? Ma facciamo un esempio, vi prego. Una povera prostituta deportata da gente senza scrupoli in Italia, trovata senza permesso di soggiorno, la sbattete in carcere? E uno che si spacca il deretano a raccogliere pomodori in puglia per quattro euro al giorno, lo sbattiamo in carcere? E quelli che stanno tutto il giorno calati sulle vigne in Sicilia a raccogliere l'uva, e guai se la rovinano? E poi i pomodori chi li raccoglie? Vogliamo mettere sulla strada dei farabutti, pardon, onesti imprenditori del sud?

Ah, dimenticavo: non si può mandare in carcere qualcuno senza processo (o meglio, si può fare ma solo come custodia preventiva in attesa del processo). Quindi, centinaia di migliaia di nuovi processi. Infatti i giudici italiani non hanno niente da fare, i procuratori si girano i pollici. La nostra efficiente macchina della giustizia sarà in grado di gestire il nuovo super-lavoro.

E i clandestini cattivi, quelli che spacciano, delinquono, stuprano, etc? Scommettiamo che si "confonderanno" nella massa di clandestini buoni? alla fine, la faranno franca come e meglio di prima. E quelli che vorrano venire a lavorare in Italia? Altro giro di vite naturalmente! Alemanno ha dichiarato che non basta avere un lavoro per poter aspirare a stare in Italia. Quindi, quote più strette (che ce ne sono già abbastanza di 'sti neri e musi gialli), maggior burocrazia, maggior lentezza nel rilasciare permessi.

Ma di risolvere il problema veramente, non ne ha voglia nessuno?

Chiudo con una statistica personale. Di tutti i miei studenti indiani: 3 lavorano alla Microsoft, a Seattle e in Irlanda; 3 sono in Ericsson, a Stoccolma; 3 sono in Motorola in Germania; altri 10 (!) hanno proseguito i loro studi all'estero (USA e Germania principalmente). Pochissimi sono riusciti a rimanere in Italia.

Congratulazioni a tutti, continuiamo così!

venerdì 21 marzo 2008

Cervelli in fuga



In un mio vecchio post vi ho raccontato che quest'anno coordino l'International Master in Information Technology, dedicato a studenti indiani. Insegno il corso di "Operating Systems" nello stesso Master. Con gli studenti indiani e italiani cerco sempre di instaurare un buon rapporto. Una studentessa della passata edizione (2005/2006), che chiamerò N, mi ha scritto alcuni giorni fa questa bella e-mail:


Hello Sir,

How are you doing? Hope everything's going good for you :)

I am sorry, haven't kept in touch for a long time now. It been more than a year since I graduated. I wrote a mail to you sometime in this year but I'm not sure if you got it or no because I did not recieve a reply :)

I thought I should mail you and let you know about how I am doing :)
After graduating, I went to India and worked there for around 5 months. But in the meantime, I had already applied to Microsoft,US while I was in Italy. I got interviewed by them when I was in India and got selected. So after my visa processing got done, I joined Microsoft, Washington on October 1st. It's been 5 months now and is going good.

How is everything at Sant'Anna going. Please give my regards to all the other professors too. If you make a visit to the US, please do consider coming to Seattle, Washington. It's a beautiful place. Let me know if there's anything I can do for my counterparts at Sant'Anna.

Regards,
N


Alcune note aggiuntive: N ha cercato di rimanere in Italia. Aveva fatto lo stage presso la Marconi, e i dirigenti avrebbero voluto tenerla almeno per un altro po. Ma la Bossi-Fini è implacabile, ed N è stata rimandata in India non appena è scaduto il permesso di soggiorno. Come potete vedere, N è stata assunta successivamente dalla Microsoft a Seattle e ha potuto coronare il sogno della maggior parte di loro, cioè andare a lavorare in USA. N non era neanche la migliore del corso, anzi navigava nella media.

Non avete idea di quanto sia orgoglioso di me, e di quanto sia invece triste e incazzato per le assurdità di questo paese, che tiene dentro gli immigrati illegali, e manda via le persone oneste ed intelligenti.

PS: Volete sapere che ho risposto alla sua e-mail? le ho detto che spero continuerà a ricordarsi dell'Italia, della Scuola Sant'Anna, e di quel professore che le ha insegnato i sistemi operativi.

PPS: un altro studente della scorsa edizione è andato alla Ericsson a Stoccolma. Niente male i miei ragazzi!

giovedì 1 novembre 2007

L'India di Rampini

Ho appena spento il televisore, era sintonizzato su Rai due, stavo guardando Anno Zero. Devo dire che Santoro me lo ricordavo un giornalista migliore, prima della cacciata e del ritorno. Ma forse, la verità è che io sono diventato più scafato.

Insomma, una trasmissione orribile stasera (ma sospetto che le precedenti siano state analoghe). Niente punti di riferimento, confusione totale. Faccio un brevissimo riassunto (metto gli eventi fuori ordine probabilmente ma non importa).

Si comincia con una intervista a una povera ragazza che ha lavorato in un call center per vari anni; poi le hanno fatto una offerta "indecente" (contratto tempo indeterminato a 500 al mese). Poi, Tremonti (ora, penso, Santoro gli chiederà della legge Biagi; macché), sui problemi della globalizzazione (ma che c'entra?). Poi, servizio strappalacrime su una famiglia sarda strozzata dai debiti incautamente contratti con una finanziaria che agisce al limite della truffa. Pianti a dirotto di tutti, la giornalista che insiste su particolari come la ferita del'operazione del nonno. Tremonti, sempre più caricatura di se stesso, che pontifica ancora contro la globalizzazione e contro i dazi che i cinesi metterebbero alle nostre merci (ormai se invitassero Guzzanti che ne fa la caricatura, sarebbe lo stesso).

"Per far capire la gggente", Santoro spiega come funziona una banca, credendo che all'ascolto ci siano bambini delle elementari, e Tremonti ci mette il carico da 11 cercando di spiegare il meccanismo dei sub-prime. In studio anche Funari che interviene a "c. d. c." su qualunque cosa (tipo che bisogna manifestare per la Forleo, che ci vuole più legalità in Italia).

Insomma, niente filo logico, si salta da una cosa all'altra, così. Il senso di confusione e "polverone mediatico" è totale.

Ma quello che mi ha innervosito di più è stato Federico Rampini. Quello lì mi innervosisce sempre in maniera particolare, perché sotto l'aurea magica di persona estremamente competente, in realtà si nasconde un giornalista a mio parere piuttosto mediocre che scopiazza cose qui e là, e molte volte senza neanche capire bene di cosa sta parlando.

Rampini ha appena scritto un libro che parla dell'India, che probabilmente è venuto a pubblicizzare a Anno Zero (cosa umanamente comprensibile di questi tempi). Rampini è convinto che l'India sia il futuro, che in India ci sia speranza. Comincia subito comunicando a Tremonti che, se la globalizzazione è negativa per noi, è invece positiva per l'India. E comincia a parlare di casi significativi, come la City Bank che licenza analisti in USA per assumere analisti in India. E lo stesso fa IBM. L'idea che veicola è che l'India stia rubando all'occidente non solo i lavori di basso livello (call center, e manifatturieri), ma anche i lavori da "colletti bianchi", ovvero manager e analisti finanziari, programmatori informatici, ecc. E fin qui tutto bene, sono cose che si sanno da anni e anni. Rampini arriva un po in ritardo, come sempre, a scoprire l'acqua calda.

Ma poi, Rampini ci presenta il caso Infosys. Ci presenta l'azienda come una delle più grandi aziende di software del mondo (parzialmente vero). Totalmente indiana (vero). All'interno della quale, 2/3 sono neolaureati in Information Technology (probabilmente vero, non ho modo di dubitarne). In cui l'età media è di 27 anni, l'azienda più giovane del mondo (probabilmente vero). Dal tono estasiato, Infosys è una meraviglia.

Dov'è il problema, mi direte? Se è tutto vero... Il problema è che Rampini non ce la dice tutta, naturalmente. Proviamo ad arrivarci con il ragionamento prima. Se i 2/3 sono neolaureati, 2-3 anni fa questi qui non erano in Infosys, giusto? Allora, o l'azienda è triplicata in dimensione negli ultimi 2-3 anni, oppure comincia a sentirsi la puzza di bruciato. Se l'età media è 27 anni adesso, 5 anni fa era di 22 anni? Non credo. Si sente sempre più puzza.

Poi ci metto le mie informazioni. Dei miei 9 studenti indiani (età media 23 anni), 4 hanno lavorato in Infosys, 4 in Wipro (concorrente diretta di Infosys, anch'essa indiana), uno è effettivamente neo laureato. La permanenza di questi ragazzi in queste aziende è di 6 mesi, massimo un anno (una ragazza fa eccezione, ci ha lavorato per 4 anni).

E allora perché questi indiani fanno un master in Italia a 750 euro al mese?

La verità è che Infosys e Wipro sono per gli ingegneri quello che i call center sono per tutti gli altri. Come fanno i soldi queste società?

Dovete sapere che il mercato del software è un mercato difficile. Poniamo che una grossa Azienda Americana debba portare a termine una grossa commessa, e si renda conto di non aver abbastanza personale per farlo. Personaggi della scenetta seguente: due manager dell'Azienda Americana.

Manager 1: Assumiamo altro personale?
Manager 2: Mai! Quando la commessa finisce, che ce ne facciamo? E poi dobbiamo dargli i benefit, e pagargli la social security. E poi dobbiamo formarli, non li troviamo mica pronti a lavorare al progetto! I neolaureati fanno dei casini... ci vorrebbe personale qualificato, subito!
Manager 1: e allora che si fa? La scadenza della commessa è di soli 6 mesi!
Manager 2: ti dico solo una parola: outsourcing!
Manager 1: ma ci verrà a costare il doppio!
Manager 2: meglio pagare il doppio, che pagare la penale per non aver consegnato il programma in tempo!

(bussano alla porta)

Manager 1: chi è?
Venditore Infosys: scusate, passavo di qua e incidentalmente ho sentito i vostri discorsi. Potrei essere l'uomo che fa al caso vostro.
Manager 1: e come?
V. Infosys: vi propongo forza lavoro specializzata a basso costo. 50 ingegneri indiani, giovani e cazzuti, che vi faranno il lavoro nel tempo debito.
Manager 2: eh sì, è la provvidenza che vi manda!
Manager 1: (sottovoce al primo) ma guarda che questo ci vuole fregare! Come facciamo a sapere che sono bravi?
V. Infosys: Io sono della Infosys, l'azienda indiana di successo mondiale! Da noi solo successi! Basta guardare il nostro fatturato! Tutti si servono da noi!
Manager 1: (sempre sottovoce) e infatti tutti fanno prodotti di merda...
Manager 2: (dando di gomito al primo, e rispondendogli sottovoce) zitto, per carità, è la nostra unica possibilità!
(poi al venditore)
Ma siamo sicuri sia gente esperta? non vogliamo sorprese...
V. Infosys:Cerrrrrto che si! Garantiamo noi! Allora, affare fatto?
Manager 2: Affare fatto!

Naturalmente Infosys manda 5 programmatori "esperti" (ovvero con 3-4 anni di esperienza) 45 neolaureati che imparano sul campo. Alla fine il programma più o meno funziona, l'Azienda Americana è più o meno contenta, anche se ha speso un bel po' di soldini. Ne avrebbe effettivamente speso di più assumendo gente.
Soldini che non vanno certo nella tasca dei programmatori: se Infosys "affitta" a 30 dollari l'ora, circa 5 o 10 vanno al neolaureato, e il resto se lo intasca l'azienda. Dopo 2-3 anni così, il programmatore è salito di livello, e non serve più. O lo fanno diventare dirigente (rarissimi casi), o diventa un programmatore di livello superiore per i casi difficili (rari casi), oppure lo buttano fuori, avanti il prossimo. Così l'età media si mantiene bassa, no? E quelli buttati fuori? ve lo dico io, non c'è nessun Anno Zero a intervistarli, se finiscono nelle baraccopoli di Bangalore.

In gergo, questo si chiama "body rental". E' un termine moderno, fa molto fico. Una volta si chiamava "capolarato". Ecco, vorrei dire a Rampini che l'Italia è maestra di "body rental", non abbiamo bisogno di una Infosys anche in Italia.

Comunque ho deciso di comprare il libro di Rampini. Vediamo quante idee originali è stato in grado di produrre stavolta...

PS: alla tiritera di Rampini su Infosys, Santoro da giornalista esperto prende la palla al balzo e comincia a parlare di Università italiane che fanno schifo (sic!) in confronto alle meravigliose Università indiane (lo manderei alla University of Mumbai...) e incalza Tremonti il quale cerca di svicolare e riportare il discorso sui dazi cinesi rispondendo con un emblematico "queste sono abbastanza leggende...". Che merda di paese.


lunedì 8 ottobre 2007

I nuovi emigranti

Oggi mi approprio di un post di Malvino (*). Egli riporta la seguente lettera:

Egregio Malvino,
mia sorella, medico oncologo di 28 anni, lascerà l’Italia alla volta dell’America per proseguire nella sua specializzazione volta alla ricerca. Impulsivamente, ho sperato ci restasse. Approfitto della sua competenza interdisciplinare per chiederle, per una volta, un giudizio su ciò che è bene e ciò che è male, per la sorella, il medico, e il nostro paese.

Vorrei partire da questa stramba richiesta per discutere in generale sui "cervelli in fuga", argomento di gran moda da alcuni anni nell'opinione pubblica italiana. Essendo ricercatore non in fuga (anzi rientrato in tempo), mi sento pienamente autorizzato a farlo. Inoltre, ho parecchi amici e conoscenti che sono "fuggiti" all'estero, chi in Germania, chi in USA, quindi mi sento estremamente competente sull'oggetto.

Naturalmente, io sono un appassionato relativista, quindi scarterò immediatamente l'idea di dare giudizi sul bene e sul male derivanti dalle scelte di una persona. Mi limiterò a dare alcuni consigli al nostro medico oncologo sugli aspetti positivi e negativi di tale scelta dal punto di vista della futura ricercatrice e della nostra povera Italia.

Gli aspetti positivi di un soggiorno di studio / specializzazione / approfondimento all'estero (e in particolar modo negli USA) sono innumerevoli. Dal punto di vista professionale, l'incontro con nuove tecniche di ricerca, e una diversa organizzazione del lavoro non possono che arricchire il futuro ricercatore. Anche dal punto di vista strettamente culturale l'iniziativa è assolutamente da appoggiare: l'incontro con una nuova cultura completamente diversa dalla nostra apre delle notevoli prossibilità di crescita personale. Abituati a sorbirci telefilm americani tutti i giorni sulle nostre TV, tendiamo a percepire gli USA come un paese tutto sommato non tanto diverso dal nostro. In realtà, tra l'Italia e gli USA c'è una distanza culturale immensa, ben oltre l'immaginario collettivo. Solo vivendoci almeno un paio di mesi si comincia a capire quanto siamo distanti da loro.

Dal punto di vista del "sistema Italia", il vantaggio si ha se la nostra ricercatrice decide di ritornare all'ovile, trovando un posto perlomeno "decente" in uno dei nostri enti di ricerca. L'esperienza che la nostra eroina maturerebbe negli USA permetterebbe alla ricerca italiana di giovarsi di una formidabile ricercatrice. Ella porterebbe con se l'esperienza maturata, le nuove tecniche di ricerca, e una nuova mentalità operativa che farebbero soltanto del bene alla ricerca italiana. Se invece la nostra ricercatrice decide di restare negli USA, l'Italia avrà buttato dalla finestra tempo e denaro per formare una ricercatrice, a vantaggio dei "sanguisuga" statunitensi.

Il valore aggiunto di un periodo all'estero è percepito correttamente nelle nostre Università. A livello di laurea, i programmi Erasmus godono di grande successo. A livello di dottorato, i dottorandi italiani hanno la possibilità di fare un periodo di studio presso una Università o centro di Ricerca all'estero (anche USA) di massimo un anno, godendo di una borsa aggiuntiva per coprire le maggiori spese. Nella mia Università, i dottorandi sono quasi obbligati a tale periodo all'estero, pena una valutazione non completamente positiva in sede di esame finale.

Il problema è cosa succede dopo il periodo all'estero. Purtroppo, non siamo competitivi con gli altri paesi europei, figuriamoci con gli USA. Il governo italiano non spende abbastanza in ricerca. A questo si aggiungono malcostume, malaffare, e altre beghe tipicamente italiche. Non si può però generalizzare. Per tanti cervelli che sono fuggiti, alcuni sono tornati. Non tutti gli enti di ricerca applicano metodi "familistici" nella assegnazione dei posti. In molti casi, la bravura e il genio pagano anche in Italia, per strano che possa sembrare. Dipende quindi dalla situazione che la nostra eroina lascia qui in Italia nel suo settore scientifico / disciplinare. Se siano disposti a riprenderla nonostante lei vada via e si faccia scavalcare in fila da quelli "dopo di lei". Oppure se una volta in Italia debba ricominciare da capo a fare la fila.

Purtroppo la mia esperienza nel campo della ricerca medica in Italia non mi fa essere ottimista sul futuro "italiano" della nostra giovane ricercatrice. Ma non bisogna mai disperare, c'è sempre spazio per cambiare in meglio, no? Auguri comunque.

(*) il post non è più linkabile, sorry.

giovedì 4 ottobre 2007

Melting pot italiano

In questo periodo, sto insegnando un corso di Sistemi Operativi, un corso intensivo (40 ore) a un gruppo di studenti indiani e tunisini. Strano, no?

Gli indiani partecipano all'IMIT, i tunisini all'IMCNE. Per risparmiare, parte dei corsi dei due master sono a comune, tra cui il mio. Sono arrivati in italia da poco: i due master sono iniziati il 17 settembre, dureranno fino a maggio, poi stage in azienda. I due master sono finanziati in parte dal Ministero degli Affari Esteri (MAE), da D'Alema insomma (anche se il "caro" Massimo non sa nemmeno della nostra esistenza, scommetto: troppo impegnato a disegnare la strategia del PD, scommetto; e a scalare banche, scommetto).

Diamo una piccola borsa di studio agli studenti, e questo è il motivo fondamentale per il quale scelgono di venire in Italia invece di andarsene altrove. Si tratta di ragazzi giovani, che selezioniamo accuratamente (quest'anno, per gli indiani, su 100 domande circa ne abbiamo presi solo 9).

L'altro ieri, 2 ottobre, abbiamo fatto la giornata inaugurale (sì, lo so, l'inaugurazione 15 giorni dopo è un po strana, ma dopo tutto siamo in Italia, no? non pretenderete organizzazione perfetta, spero!). Dopo i nostri bei discorsi, io e Claudio (il segretario tuttofare) abbiamo invitato gli studenti al bar per un brindisi. I tunisini sono sotto ramadam (e chi ci aveva fatto caso? 'ste religioni sono una bella rottura), quindi alla fine sono venuti solo gli indiani.

E ci siamo messi a chiaccherare. Per un attimo, provatevi a mettervi nei loro panni: a 21 anni, prendono un aereo per essere catapultati in un paese di cui non conoscono un bel niente, non conoscono la lingua (!), non conoscono la moneta, niente. Se siete stati studenti all'estero, probabilmente avrete un'idea abbastanza precisa dei primi 10 giorni! Per fortuna li aiutiamo un pò noi. Quando arrivano li ospitiamo gratuitamente in qualche residence del circondario (a basso prezzo, non siamo mica ricchi noi, dèh!). Nel frattempo, il buon Claudio si fa un c... così a cercargli degli appartamenti decenti e piazzarli 3 o 4 per appartamento. Claudio li accompagna in banca per fargli aprire un conto, li accompagna in questura per il permesso di soggiorno... tutte operazioni che voi magari pensate banali, invece ogni volta c'è sempre qualche casino (con tante grazie alla Bossi-Fini!).

Insomma, al bar si chiacchera un po di tutto:
  • di come fanno a mangiare (sono quasi tutti vegetariani): si cucinano a casa da soli;
  • se hanno avuto problemi con il visto: per fortuna no (anche qui la nostra organizzazione è stata abbastanza buona, li seguiamo da quando li selezioniamo fino a quando non arrivano in Italia. Mandarli allo sbaraglio da soli all'ambasciata Italiana in India sarebbe un vero suicidio. A due studentesse del nostro master, in fila lo stesso giorno a due sportelli diversi della stessa ambasciata, hanno chiesto documenti diversi!);
  • di che sport seguono-praticano: il cricket naturalmente;
  • di cosa pensano degli italiani: che siamo gentilissimi e molto accoglienti, e che la gente per strada si fa in 4 per aiutarli (non l'avrei mai detto, in fondo hanno la faccia da indiani, ovvero immigrati clandestini, anche se sono vestiti meglio);
  • del perché hanno scelto l'Italia.
E sapete perché? onestamente, mi hanno risposto tutti che ci hanno scelto per la borsa di studio che gli diamo. Tutti gli indiani di un certo livello che hanno studiato un pò vorrebbero andare in Inghilterra o in USA. Ma iscriversi a una università qualsiasi in questi posti ha un costo proibitivo, ed è un costo che ricade interamente sulle famiglie, che sebbene benestanti in India, a confronto con i costi dell'occidente sono dei poveracci. E poi, ormai ci siamo fatti un certo nome, e il titolo se lo possono rivendere molto bene sia in Italia che all'estero (alcuni studenti delle scorse edizioni sono finiti in ottime aziende europee, oppure hanno continuato gli studi in europa e in USA). Dobbiamo quindi ringraziare il generoso MAE se questi studenti possono venire in Italia.

I tunisini li segue di più il mio collega Piero, ma il discorso è analogo (solo sostituite Inghilterra e USA con Francia, e cricket con calcio).

A proposito dell'arretratezza dei paesi di provenienza: su 9 studenti indiani, 2 sono ragazze; su 14 tunisini, ben 4 sono ragazze. E considerando che si tratta di corsi di ingegneria, la percentuale è molto più alta della percentuali di studentesse nelle classi di ingegneria nelle università italiane.

Insomma, un piccolo sforzo per invertire la tendenza di cervelli in fuga, e far diventare questo paese un po più aperto alle altre culture. Come andrà a finire? alla prossima puntata!