domenica 5 aprile 2009

Internazionalizzazione

La parola nel titolo di questo post è l'orribile traduzione italiana del termine inglese internationalisation, ed è anche una delle parole chiave per le Università italiane, una di quelle su cui siamo e saremo valutati. Dobbiamo tutti diventare più internazionali! Che significa non solo imparare l'inglese (almeno quello tecnico, perdio!), ma anche e soprattutto attirare ricercatori stranieri in Italia, attivare programmi di scambio con università europee, etc.
Come al solito, la Commissione Europea parecchio tempo fa ha deciso di venire incontro con una iniziativa forte, la Carta Europea dei Ricercatori (European Charter for Researcher). Si tratta di una lista di diritti/doveri del ricercatore, e di un codice di condotta per i centri di ricerca. Lo scopo è di creare per quanto possibile un ambiente uniforme per la ricerca, per favorire la mobilità e lo scambio di ricercatori nell'area europea.

Ad esempio, tutte le "call for positions" in Europa dovrebbero andare sul sito in questione. Cioè, se faccio un bando per una borsa di dottorato, per una borsa di studio post-doc, per un posto da professore, dovremmo mettere l'avviso sul sito web di Euraxess.

La conferenza dei rettori (CRUI) ha aderito da tempo. Ma come spesso succede, si mette una firma, magari con entusiasmo, e poi la cosa cade nel dimenticatoio. Tranne per l'Università di Camerino (e per poche altre, mi sembra di aver capito anche per il Polimi, confermatemi se sbaglio), che hanno già firmato e che hanno già da tempo attuato una serie di interventi per aderire all'iniziativa. Che ci guadagna una Università a fare questa cosa? Ogni 3 o 4 anni una commissione dell'Unione Europea si incarica di analizzare il grado di aderenza alla carta delle Università che abbiano effettivamente aderito, e se si raggiunge un certo grado di "aderenza", si guadagna il "bollino". Insomma, più che altro un risultato in termini di visibilità e prestigio.

Complimenti all'Università di Camerino, quindi. Si dimostra che spesso le Università piccole mostrano di sapersi muovere bene a tanti livelli. Io ve ne parlo perché, a quanto pare, alla mia piccola Università si sono accorti che questo bollino non ce lo abbiamo, e quindi dobbiamo guadagnarcelo a tutti i costi.

Ma non è facile mettere in opera i requisiti indicati nella carta dei valori. Ad esempio, ci sono tutta una serie di raccomandazioni in tema di assunzione dei ricercatori provenienti dall'estero che noi italiani semplicemente non possiamo attuare, perché da noi ci sono i "concorsi", e quindi non abbiamo il potere di decidere un bel niente sulla procedura (e neanche l'Università di Camerino).

In proposito, vi racconto una storia capitata al sottoscritto.

Assumere un post-doc straniero

In USA, il dottorato viene chiamato PhD (Philosophy Doctor, anche se fosse un PhD in neuroscience, non mi chiedete perché). Sono studenti con borsa di studio, finanziata di solito su fondi di ricerca dagli stessi professori o da fondi dell'Università, e ha durata teoricamente illimitata, ma in media di 5 anni. Al termine del PhD, l'università li manda via: infatti, nella quasi totalità delle università americane è severamente vietato assumere come "tenure track" uno studente di PhD, per favorire la mobilità e il "cross breeding", cioè la diffusione delle idee. Quindi, al termine della tesi, e ben prima di discuterla, i giovani ricercatori americani si guardano intorno per trovare un buon posto di lavoro in un'altra Università. Qualcuno prende in considerazione di venire in Europa.

E' stato il caso di A.E., studente indiano, che stava per terminare il suo PhD a Philadelphia e ha cominciato a guardarsi intorno. E manda una e-mail anche a me. Telefono ad alcuni amici americani, il ragazzo sembra in gamba. Mi faccio mandare alcuni suoi articoli, e il draft della sua tesi. Tutto molto buono, inoltre si occupa di cose simili alle mie. Mi viene la malsana idea di offrirgli un "assegno di ricerca".

Gli assegni di ricerca sono borse di studio, di solito su fondi di ricerca, dell'ammontare annuo tra i 18.000 e i 22.000 euro circa (cifre stabilite dal ministero per decreto ai tempi della Moratti). Sono riconosciute dal ministero, quindi abbastanza appetibili perché "fanno curriculum" in un concorso. Sono quasi del tutto esentasse, quindi quasi tutto va in tasca al giovane ricercatore.

Come si assegnano gli assegni di ricerca? Ma ovviamente per concorso (tze!). Quindi ci vuole un bando (ovviamente in italiano), e poi i richiedenti devono mandare via posta tutto l'incartamento entro la data di scadenza. Quindi si riunisce una commissione per valutare i titoli. Poi c'è obbligatoriamente un esame orale, quindi i candidati devono presentarsi (pena decadenza dal concorso). Alla fine la commissione compila i verbali finali e proclama il vincitore.

Problema primo: tradurre il bando in inglese. Eh, sembra facile a voi. Di solito si fa una traduzione noi professori alla volé, e si mette sul sito, poi gli si mandano i formulari in italiano con tutte le istruzioni dettagliate su cosa scrivere qui e cosa scrivere là (sempre a carico di noi professori, non sia mai che l'amministrazione ti agevoli in queste cose, e anzi, quando lo fa ti creano dei casini... per non parlare delle idiosincrasie dei bandi italiani...)

Problema secondo: come faccio a fare l'orale al ragazzo indiano di Philadelphia? Via teleconferenza non si può, sarebbe falso in atto pubblico (eh già), perché devo identificare la persona tramite documento d'identità o passaporto. Semmai, si potrebbe organizzare una teleconferenza con l'ambasciata Italiana a Washington. Ma, al solo pensarci, mi vengono i brividi. Forse se partissi con un anno di anticipo... (mai avuto a che fare con le ambasciate italiane all'estero? beh, può andarvi bene-bene o male-male).

Naturalmente, se gli avessi detto che doveva venire in Italia a spese sue, il tipo mi avrebbe mandato subito a quel paese. Quindi, con la carissima amica del nostro ufficio internazionale (sì, per fortuna abbiamo un ufficio internazionale!), decidiamo di fare così:
  • lo inviterò a fare un seminario da noi, a spese mie. Gli pagherò il viaggio e il soggiorno in Italia. Lui farà il seminario, naturalmente, presentandoci la sua ricerca;
  • nel frattempo io avrò bandito il concorso, e lui avrà avuto il tempo di spedire il tutto;
  • avrà anche avuto il tempo di chiedere un visto per l'Italia. Essendo indiano, la cosa sarà tutt'altro che semplice o scontata;
  • subito dopo la data del seminario, io avrò fissato l'orale, quindi avrò modo di intervistarlo insieme al resto della commissione (ovviamente dopo averlo identificato, non sia mai!);
  • dopo il concorso, lo farò rimanere in Italia per cominciare subito la borsa di studio.
Tutto bene? Macché. A parte il fatto che il concorso, in quanto concorso, lo deve vincere lui. Cioè, se si presenta un italiano in gambissima, magari potrei anche cambiare idea, non dico di no. Ma a parte questo: l'ultimo punto non va bene! La legge Bossi-Fini ci frega (tanto per cambiare). Una volta vinto il concorso, il ragazzo dovrà lasciare l'Italia, e ottenere un altro visto nel suo paese! A sue spese naturalmente! (e come giustifico un viaggio in India a un indiano che non è neanche mio dipendente?)

Va beh, per l'ultimo punto decido che ci penseremo dopo. Scrivo una e-mail al mio candidato, spiegandogli tutto per filo e per segno. Naturalmente cerco di nascondergli la "crudezza" della burocrazia italiana, cerco di stendergli un tappeto di rose, ma insomma, le cose essenziali bisogna che gliele dica.

Eh, ma gli indiani sono furbi, specialmente quelli che hanno un PhD. Mi risponde dopo qualche giorno, dichiarandosi dispiaciuto di non poter accettare cotanta offerta, perché preferisce andare ... in Portogallo. No, dico, in Portogallo. Gli danno molto di più di quello che gli dò io, e non gli rompono le scatole con inutili e farraginose procedure. Portogallo-Italia, 1-0.

Qualcuno di quelli di voi più addentro alle cose universitarie mi dirà: perché non gli offrivi un contratto, magari un co.co.co? Si, è vero, con un co.co.co. avrei avuto dei limiti parecchio più alti, cioè avrei potuto pagarlo anche più di me. Anche per un co.co.co. avrei dovuto fare una procedura di selezione pubblica, l'unica differenza è che avrei potuto farla solo per titoli, evitando la palla dell'orale obbligatorio. Ma poi avrei speso molto di più in tasse per assicurargli lo stesso stipendio netto. E poi, il visto? Vi rendete conto? Ottenere un visto per lavorare con la Bossi-Fini è un casino! Per l'assegno di ricerca sarebbe stato più facile e immediato, perché i visti per borse di studio seguono un'altro percorso.
E comunque, che altro fare, la prossima volta proverò sicuramente in quest'altra maniera.

Qualcun'altro di voi, che invece non è addentro all'Università, dirà: ma chi te lo fa fare? Tutta 'sta fatica per andare a dare una borsa di studio a uno studente indiano? La mia risposta è: non lo so. In effetti potrei benissimo farmi i c. miei come alcuni colleghi, e andare a integrare lo stipendio con qualche consulenza a giro. Ma si sa, in Italia ci sono i furbi e i fessi, e io il furbo non lo so fare.

Internazionalizzazione? Eehhh già.

(Cara Ministro Gelmini, niente da dire su questo?)

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