lunedì 16 marzo 2009

Randagi

Quando mio padre entrò in coma lo trasferirono all'ospedale Policlinico di Palermo, al reparto di Rianimazione. Lo seguimmo a Palermo con la nostra macchina, arrivammo la sera già tardi e tutti i cancelli erano chiusi. Ci toccò entrare dal Pronto Soccorso. Nel buio delle stradine interne dell'ospedale si aggiravano gruppi di cani randagi che sembravano seguire un percorso prestabilito, come ronde notturne, ogni tanto fermandosi ad abbaiare. I cani di notte spesso ulunano per parlarsi, per comunicarsi chissà quali importantissime informazioni. Nella tragedia che stavo vivendo ebbi modo di pensare che forse il Policlinico non era questo grande ospedale se cani randagi potevano vagare liberamente tra gli edifici.

Il reparto di rianimazione ha orari molto precisi. Dalle 14.00 alle 15.00 i medici ricevono i parenti facendo rapporto sulla situazione dei pazienti. Poi, dopo il rapporto, a turno, uno alla volta, è possibile entrare a "visitare" i pazienti per 5-10 minuti. Così è andata avanti per un bel po' di giorni. Si sta come le foglie sugli alberi d'autunno.

Ogni giorno a turno un medico si prende la briga di andare a parlare con i parenti di tutti i pazienti. Non deve essere un bel lavoro quello del medico rianimatore. Chissà quante famiglie disperate vedono ogni giorno. E devono stare bene attenti a non dare false speranze a nessuno. Alcuni di loro si sforzano di essere gentili, di dirti le cose con tatto. Altri, ormai induriti da anni di rapporti alle famiglie, freddamente ti leggono quello che si trovano scritto sul foglietto che si portano dietro. No, non è un bel lavoro.

Ogni giorno alle 13.30 eravamo davanti la porta del reparto, insieme ad altre tre-quattro famiglie. E ogni giorno si presentava una cagna nera, che si distendeva sul marciapiede a prendere il sole di ottobre. Arrivava apposta ogni giorno, si distendeva e aspettava. Ogni tanto si alzava per un giretto ricognitore, o per abbaiare a un cane di passaggio. Ma poi si rimetteva lì seduta. Ogni tanto osservava tutta quella gente intorno a se, con lo sguardo triste (o forse eravamo noi a vederla triste, quando sei triste tutto ti sembra triste).

Chissà che pensano i cani. Chissà se quella cagna avrà intuito quello che succedeva in quel posto?

Quando mio padre si spense una fredda mattina qualche settimana dopo, lo portarono all'obitorio dell'ospedale in un altro edificio abbastanza lontano da rianimazione. Quando mio fratello e mia madre arrivarono, trovarono la cagna lì ad aspettarli. Fece un giro con la testa abbassata, e poi se ne andò. Sapeva che non saremmo più tornati.

Non credo che sia giusto che dei cani randagi girino liberamente all'interno di un ospedale. Ma non vorrei mai che quella cagna fosse soppressa. Date una dignità ai migliori amici dell'uomo.

(*) quello che è successo a Modica non ha niente a che fare con questo post, a parte il fatto che mi ha ricordato mio padre.

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