martedì 27 gennaio 2009

Guerra e Pace a Gaza

Chi vuole la pace? Alcune riflessioni interessanti.

Gaza, la collina della vergogna
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L'esito finora inconcludente dell'offensiva israeliana ieri ha permesso all'organizzazione fondamentalista di dichiarare la vittoria. Davanti alle cineprese di molte tv, due incappucciati, entrambi capi delle Brigate Qassam, hanno millantato di aver ucciso 49 israeliani, uno in più dei loro guerrieri "martirizzati nello scontro" e di essere pronti ad attaccare il nemico se nel tempo di una settimana non uscirà completamente dalla Striscia e non riaprirà il confine. In quel caso "la guerra ricomincerà", con "nuove sorprese" perché la "nostra capacità militare non è stata indebolita" e le Brigate Qassam sono in grado di elevare la qualità tecnologica della propria missilistica. I due incappucciati hanno concluso con un avvertimento ad Israele: "Non riuscirete a concludere la pace ai vostri termini". Oltre milleduecento palestinesi sono morti anche perché Hamas potesse allestire questo spettacolino grottesco e velleitario, il suo debutto sulla scena internazionale. Un palcoscenico su cui conta di restare a qualsiasi prezzo.
E' stata davvero inconcludente l'offensiva Israeliana? Vediamo un parere tecnico:

Perché Israele sta vincendo militarmente
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L’operazione Cast Lead si sta dimostrando un successo militare. Giornali e riviste non specializzate si erano da subito affrettate a fare pronostici che andavano nella direzione opposta. Vale la pena capire le ragioni di questa discrepanza.

In primo luogo, è utile capire cosa si intende per successo militare. Un successo militare si ottiene quando un’operazione raggiunge gli obiettivi militari prefissati con costi politici, economici e umani che sono ritenuti accettabili dai vertici politici. Qui si trova il primo punto di forza, e di svolta, rispetto al Libano 2006. Gli obiettivi militari di Israele a Gaza sono raggiungibili, anche perchè il particolare contesto della Striscia permette un’operazione semplice, con rischi moderatamente bassi e alte probabilità di successo. Israele si era posto come obiettivo l’interruzione del lancio di razzi da Gaza. Per fare ciò, la sua strategia si fonda su tre snodi. Colpire il Nord della Striscia di Gaza, in particolare le postazioni dalle quali i razzi vengono lanciati. Tagliare a metà la Striscia, in modo da non permettere più l’arrivo di razzi al Nord. E colpire a Sud i tunnel attraverso i quali i razzi arrivano a Gaza.

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In definitiva, Israele ha affrontato un nemico chiuso in una scatola, incapace di potersi ritarare nelle retrovie per proteggersi dall’offensiva nemica e senza una riserva di armi e munizio dalla quale attingere in caso di necessità. Lo stesso nemico è quasi totalmente privo di un decente addestramento militare e, nel corso delle operazioni, è anche stato privato di numerosi vertici della sua leadership. Il teatro dello scontro, infine, è ristretto - esso dunque non pone alcun limite operativo ad Israele che, per l’aggiunta, lo conosce anche alla perfezione.

Più che chiedersi come mai Israele stia vincendo, c’è da capire come qualcuno potesse pensare che accadesse il contrario.

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Dal punto di vista militare, si vede ancora una volta quanto l’addestramento, il force deployment, continui a rimanere un fattore fondamentale per vincere i conflitti moderni, con buona pace dei visionari che vedono conflitti determinati solo dalla tecnologia.

Per quanto riguarda invece la politica, appare sempre più chiaro quando il conflitto israelo-arabo-palestinese stia diventando insostenibile per gli Israeliani. Nel 2000 Israele ha lasciato il Libano. Nel 2006 ha dovuto attaccare il Libano per difendere la sua sicurezza. Nel 2005, Israele ha lasciato Gaza, nel 2008/2009 ha dovuto riattaccarla per difendere la sua sicurezza. Né il ritiro né l’attacco danno risposte definitive.E comunque, anche questa operazione non sarà in grado di annientare la minaccia proveniente da Gaza. Israele deve dunque pensare ad una sintesi - se ne esiste una - di queste due finora infruttifere risposte. Se può consolare, il genere umano la cerca da quando ha iniziato a fare la guerra e non la ancora trovata.

In conclusione, Israele ha vinto militarmente, ma non politicamente: a lungo termine, ci saranno altri problemi da affrontare. Ma è possibile davvero "vincere" per Israele?

Israele parli anche con Hamas (di David Grossman)
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Allo stesso modo il successo dell'operazione non ha risolto le cause che l'hanno scatenata. Israele tiene ancora sotto controllo la maggior parte del territorio palestinese e non si dichiara pronto a rinunciare all'occupazione e alle colonie. Hamas continua a rifiutare di riconoscere l'esistenza dello Stato ebraico e, così facendo, ostacola una reale possibilità di dialogo. L'offensiva di Gaza non ha permesso di compiere nessun passo verso un vero superamento di questi ostacoli. Al contrario: i morti e la devastazione causati da Israele ci garantiscono che un'altra generazione di palestinesi crescerà nell'odio e nella sete di vendetta. Il fanatismo di Hamas, responsabile di aver valutato male il rapporto di forza con Tsahal, sarà esacerbato dalla sconfitta, intaserà i canali del dialogo e comprometterà la sua capacità di servire i veri interessi palestinesi.
Ma quando l'operazione sarà conclusa e le dimensioni della tragedia saranno sotto gli occhi di tutti (al punto che, forse, per un breve istante, anche i sofisticati meccanismi di autogiustificazione e di rimozione in atto oggi in Israele verranno accantonati), allora anche la coscienza israeliana apprenderà una lezione. Forse capiremo finalmente che nel nostro comportamento c'è qualcosa di profondamente sbagliato, di immorale, di poco saggio, che rinfocola la fiamma che, di volta in volta, ci consuma.

È naturale che i palestinesi non possano essere sollevati dalla responsabilità dei loro errori, dei loro crimini. Un atteggiamento simile da parte nostra sottintenderebbe un disprezzo e un senso di superiorità nei loro confronti, come se non fossero adulti coscienti delle proprie azioni e dei propri sbagli. È indubbio che la popolazione di Gaza sia stata "strozzata" da Israele ma aveva a sua disposizione molte vie per protestare e manifestare il suo disagio oltre a quella di lanciare migliaia di razzi su civili innocenti. Questo non va dimenticato. Non possiamo perdonare i palestinesi, trattarli con clemenza come se fosse logico che, nei momenti di difficoltà, il loro unico modo di reagire, quasi automatico, sia il ricorso alla violenza.

Ma anche quando i palestinesi si comportano con cieca aggressività - con attentati suicidi e lanci di Qassam - Israele rimane molto più forte di loro e ha ancora la possibilità di influenzare enormemente il livello di violenza nella regione, di minimizzarlo, di cercare di annullarlo. La recente offensiva non mostra però che qualcuno dei nostri vertici politici abbia consapevolmente, e responsabilmente, afferrato questo punto critico.

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Parlare con i palestinesi. Questa deve essere la conclusione di quest'ultimo round di violenza. Parlare anche con chi non riconosce il nostro diritto di vivere qui. Anziché ignorare Hamas faremmo bene a sfruttare la realtà che si è creata per intavolare subito un dialogo, per raggiungere un accordo con tutto il popolo palestinese. Parlare per capire che la realtà non è soltanto quella dei racconti a tenuta stagna che noi e i palestinesi ripetiamo a noi stessi da generazioni. Racconti nei quali siamo imprigionati e di cui una parte non indifferente è costituita da fantasie, da desideri, da incubi. Parlare per creare, in questa realtà opaca e sorda, un'alternativa, che, nel turbine della guerra, non trova quasi posto né speranza, e neppure chi creda in essa: la possibilità di esprimerci.

Parlare come strategia calcolata. Intavolare un dialogo, impuntarsi per mantenerlo, anche a costo di sbattere la testa contro un muro, anche se, sulle prime, questa sembra un'opzione disperata. A lungo andare questa ostinazione potrebbe contribuire alla nostra sicurezza molto più di centinaia di aerei che sganciano bombe sulle città e sui loro abitanti. Parlare con la consapevolezza, nata dalla visione delle recenti immagini, che la distruzione che possiamo procurarci a vicenda, ogni popolo a modo suo, è talmente vasta, corrosiva, insensata, che se dovessimo arrenderci alla sua logica alla fine ne verremmo annientati.

Parlare, perché ciò che è avvenuto nelle ultime settimane nella striscia di Gaza ci pone davanti a uno specchio nel quale si riflette un volto per il quale, se lo guardassimo dall'esterno o se fosse quello di un altro popolo, proveremmo orrore. Capiremmo che la nostra vittoria non è una vera vittoria, che la guerra di Gaza non ha curato la ferita che avevamo disperatamente bisogno di medicare. Al contrario, ha rivelato ancor più i nostri errori di rotta, tragici e ripetuti, e la profondità della trappola in cui siamo imprigionati.

Purtoppo, mi piange il cuore dirlo, ma Grossman, e in generale la sinistra e i pacifisti Israeliani, sono isolate voci nel deserto. Non sono sicuro di come vengano prese le dichiarazioni di Grossman in Israele. E' chiaro però che la maggioranza degli israeliani la vede in maniera molto diversa: alle imminenti queste elezioni politiche, lo scontro è tra la Livni e Netanyahu, ovvero tra destra intransigente e destra ancora più intransigente. Non mi sembra che nè la Livni, nè Netanyahu siano in grado o vogliano fare i passi verso la pace suggeriti da Grossman. Ho paura che il conflitto arabo-israeliano durerà ancora molto a lungo.

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