lunedì 16 marzo 2015

Di rondini, primavere, e jobs act

Il noto blogger Enrico Sola va scrivendo su twitter e su facebook che tre giovani che conosce verranno assunti proprio grazie al Jobs Act, e allora si vede che è proprio una buona legge.

Dice il saggio: "una rondine non fa primavera", e "tre giovani assunti non fanno una buona legge".

(una rondine dal sito http://www.ornitologiaveneziana.eu/)
Più degna di attenzione sembra essere quest'altra dichiarazione di Tito Boeri, novello presidente dell'INPS: "Nei primi 20 giorni di febbraio sono 76 mila le richieste arrivate dalle imprese per accedere alla decontribuzione per assunzione a tempo indeterminato".

In effetti questi sembrano essere gli effetti causati dal Jobs Act vero e proprio: richieste di decontribuzione = accedere alle agevolazioni della nuova legge.

Il problema da capire adesso è se queste richieste arrivano semplicemente per una mera convenienza economica (incassare i contributi), oppure se effettivamente può essere un segnale che sta ripartendo l'economia.

Non fraintendetemi: io spero con tutto il cuore che riparta l'economia e le imprese assumano. Però voglio anche capire che sta succedendo e se ci muoviamo nella giusta direzione.

Il Jobs Act da sè non può far ripartire l'economia, perché lavorare e produrre di più non porta automaticamente più soldi nelle casse delle imprese: bisogna anche vendere la produzione a qualcuno.

Se e quando ci sarà una ripresa, il Jobs Act potrebbe in effetti facilitare le aziende ad assumere a "tempo indeterminato" (con tutti i limiti di questo nuovo "tempo indeterminato") invece che a contratto, sia perché spendono meno (o beccano più contributi), sia perché nel caso di licenziamento se la cavano più facilmente.

Se però la ripresa non arrivasse, il Jobs Act rischia di mettere pressione affinché i dipendenti più anziani vengano prepensionati in favore di contratti "a tempo indeterminato" del nuovo tipo. In questo caso non si avrebbe affatto un aumento dell'occupazione, e avremo speso un po' di contributi pubblici senza ottenere un vantaggio diretto e immediato (se non quello di introdurre più velocemente la nuova forma di contratto). Insomma, introdurre flessibilità nel mondo del lavoro è sempre un'arma a doppio taglio, e fino ad ora ai politici italiani non è andata tanto bene con le "riforme" precedenti.

In tutti i casi, a me sembra troppo presto per valutare questa legge. Possiamo commentarla, fare ipotesi di scuola, o ipotesi a capocchia come quella mia e quella di Suzuki Maruti, ma non possiamo tirar le somme di una legge che mira a cambiare radicalmente il mercato del lavoro italiano dopo solo 2 mesi scarsi dalla sua entrata in vigore. Bisognerà aspettare molti anni per valutarne gli effetti considerandone tutti gli aspetti economici e sociali.

E invece, siamo già alle "prime valutazioni", alle esultanze e alle proteste vibranti, e ogni piccolo movimento in un senso o nell'altro causa polemiche a mai finire.

L'Italia, insomma.

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