sabato 27 luglio 2013

Presenze

Qualche tempo fa ebbi a dire che il PD è morto. Ed è morto precisamente nell'istante in cui 100 e più deputati e senatori del PD votarono contro la candidatura di Prodi presidente della Repubblica (non che prima stesse in salute, eh, i sintomi di morte imminente erano evidenti da molto tempo). Possiamo discutere a lungo su come il PD sia arrivato a quel momento, e se sia stato giusto o sbagliato votare contro Prodi. Fatto sta che quell'esatto momento ha sancito la fine del partito. Bisognava prenderne atto.

Invece i dirigenti e gli eletti del PD hanno deciso di continuare a fare come se niente fosse successo. Dimissioni di Bersani a parte, tutto bene madama la marchesa:
1) governo Letta con Berlusconi perché bisogna affrontare le emergenze del paese, ma ad oggi nessuna emergenza mi sembra sia stata risolta, ne affrontata, ne addirittura messa all'ordine del giorno;
2) reggenza del partito a Epifani (un sindacalista! dico io, un sindacalista!), e solita guerra interna di comunicati, insulti, interviste ritrattate, attacchi e difese, e via discorrendo;
3) Renzi a piede libero che fa tattica e tatticismo, una picconata qui, un occhiolino al partito la';
4) solita subalternità a Berlusconi e alle sue priorità: i processi, suoi e dei suoi accolliti, Alfano che non si dimette se no cade il governo (e capirai), di certe cose non si può parlare se no cade il governo, ecc.

Insomma, tutto come prima e più di prima. Eccetto che il PD è morto. Adinolfi (il magro) ne conferma la morte clinica oggi dalle pagine de Il Mattino. Sembra infatti che Epifani voglia fare 2 primarie, una per il segretario (ma aperta solo agli iscritti) e una per il candidato premier (ma aperta a tutti). Usando la logica deduttiva di Adinolfi però io concludo non che il PD è debole, ma che è morto. Fategli un funerale e liberi tutti dai,

Anche Michele Serra si spende ancora in accorati appelli:
Si capisce che le questioni di forma sono anche questioni di sostanza: ed è inevitabile che nel Pd si discuta della coincidenza (oppure no) tra la figura del segretario e quella del candidato premier, e della maniera di eleggere l’uno e l’altro. Ma se esiste un istinto di sopravvivenza che ancora sorregge quel gruppo di italiani, quell’istinto dice con forza, anzi con veemenza, che la prossima fase congressuale non può essere la solita adunata degli addetti. Dev’essere, non può che essere, una drammatica, vibrante resa dei conti tra una classe dirigente sconfitta e il suo popolo che reclama una nuova rappresentanza. Non si tratta di alimentare il mito della “società civile” migliore dei “professionisti della politica”. Si tratta di ridare forma e significato a un insieme di cocci, alcuni dei quali per giunta assai taglienti, del tutto inutilizzabili nell’attuale stato, che è appunto quello di un contenitore in frantumi. Le istituzioni chiuse, quando sono integre, paiono minacciose. Ma un’istituzione chiusa che sia per giunta in pezzi non è neanche minacciosa, è patetica. Il clero comunista, arroccandosi, poteva ben apparire una casta di potenti arrogante, ma autosufficiente. Il clero piddino non può neanche simulare quel genere di arroganza: la sola, vera manifestazione di forza che può esibire è chiedere, democraticamente, aiuto.

Ma no, caro Michele Serra. E' che il PD è morto, ma ancora non ve ne siete accorti. Sembra di essere in quel film con Nicole Kidman, in cui lei e i suoi figli vivono reclusi in questa casa e sentono delle presenze, e poi alla fine si scopre che i morti sono loro, solo che non se ne erano accorti.

Ecco, i dirigenti del PD non se ne sono accorti, e manovrano, brigano, fanno dichiarazioni strane per riposizionarsi; insomma, lottano a modo loro per la sopravvivenza, ma in realtà c'è poco da sopravvivere per dei morti viventi.

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