giovedì 22 settembre 2011

Il dottorato industriale

Nel passato, il corso di dottorato aveva un unico sbocco lavorativo: la carriera accademica. Una carriera spesso piena di precariato, e recentemente anche piena di sbarramenti.

Recentemente si è cominciato a parlare, a livello europeo, di dottorati "industriali". Sono naturalmente borse di dottorato che hanno generalmente un senso nell'ambito delle scienze applicate, come ingegneria. Io ho sempre pensato che l'Ingegneria Informatica o Scienze dell'Informazione siano campi perfetti per fare un dottorato di tipo industriale.

Lo sbocco tipico di un dottorato industriale è lavorare in un centro di ricerca privato. La borsa può essere finanziata con fondi pubblici (statali, o europei), oppure in parte con fondi privati (accordi con aziende). Nel secondo caso, tipicamente, l'azienda sceglie un argomento di riferimento e mette a disposizione una borsa. Il dottorato fa ricerca all'università come tutti gli altri: studia lo stato dell'arte, crea prototipi o fa esperimenti, pubblica. Tipicamente, ogni 6 mesi o ogni anno si fa rapporto all'azienda. Spesso al termine del dottorato la persona viene assunta.

Nella maggior parte dei casi la borsa è pubblica e completamente slegata da aziende. Ma spesso durante il dottorato riescono a farsi un curriculum "pratico" molto buono, talmente buono che poi le aziende li prendono lo stesso, e spesso pagandoli molto di più di un laureato.

Tutto questo per dire che il dottorato industriale ha molto senso, secondo me, soprattutto dal momento in cui la laurea non ti garantisce più un trattamento economico superiore alla media, o addirittura non ti garantisce un lavoro.

Tutta sta premessa per dire che un mio dottorando (che sta per discutere la sua tesi) è stato appena assunto alla Cytrix. Tra l'altro, il suo dream job: lavorerà su Linux, Xen, Virtualizzazione, e potrà farlo comodamente da casa sua, in Italia.

Uno dei precedenti dottorandi invece alla IBM TJ Watson. A pensarci bene, dei nostri studenti negli ultimi 10 anni, sono molto pochi quelli hanno continuato con il percorso di ricerca "accademica".

Certo, purtroppo molti sono finiti all'estero. Beh, a dire la verità, un po' più di molti (e anche Cytrix non è certo italiana). Ma stavolta non potete dare la colpa al sistema universitario italiano: non è colpa nostra se la ricerca privata in Italia quasi non esiste.

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