giovedì 3 giugno 2010

Dottorandi

Oggi sono stato in commissione d'esame per il dottorato in Ingegneria dell'Informazione all'Università di Pisa. I candidati erano 7, li abbiamo fatti tutti in un giorno.

Gli esami di dottorato in Italia sono meno belli del resto d'Europa, concordo con Fabristol (a proposito, ancora congratulazioni, dottore!). Ma oggi vorrei parlarvi di un'altra cosa.

CAVEAT: quello che scriverò qui di seguito vale solo per i dottorandi in ingegneria dell'informazione, non so fino a che punto possa estendersi ad altre discipline. Se qualcuno di voi ha esperienze simili in campi diversi me lo faccia sapere, la cosa mi interessa alquanto.

Perché prendere un dottorato in ingegneria informatica in Italia


Quando qualche studente in gamba si laurea, può capitare che venga da me a chiedere consiglio sulla possibilità di continuare a studiare per fare un dottorato. E io gli faccio più o meno il seguente discorso.

Il corso di dottorato in Italia è una cosa piuttosto recente. Si tratta di un periodo di studio di 3 anni orientato alla ricerca, normalmente supportato da una borsa di studio (sono all'incirca 1000 euro il mese, correggetemi se sbaglio), al termine del quale si discute una tesi di dottorato e si ottiene il titolo di "Dottore" (in inglese Ph.D., Philosophy Doctor).

Fino a qualche tempo fa, l'unico scopo del dottorato era l'introduzione alla carriera accademica, il primo passo della lunga scala che avrebbe portato a diventare un professore. Si cominciava con il dottorato, poi ricercatore, poi associato e ordinario. Per cui, lo studente veniva da subito instradato verso un percorso puramente teorico-accademico: veniva intruppato nel gruppo di ricerca (piccolo o grande) del professore di riferimento, e cominciava a studiare roba teorica (di solito sesso degli angeli ...) all'unico scopo di pubblicare articoli accademici. Perché volenti o nolenti, se si vuole fare carriera bisogna pubblicare almeno un po'. Parallelamente, spesso il dottorando veniva usato come manodopera a costo nullo (tanto la borsa la paga il ministero).

Da alcuni anni a questa parte, almeno nel mio settore, le cose sono cambiate notevolmente. Prima di tutto, è aumentato il numero di borse erogate dalle università. Dopodiché, non si può pensare di far fare a tutti carriera accademica. In questo momento storico, poi, le possibilità sono prossime allo zero. E io e molti colleghi non ce la sentiamo di prendere in giro i ragazzi promettendo l'impossibile. E infine, nel nostro settore c'è una grande richiesta di ragazzi in gamba già pronti e formati per fare ricerca industriale applicata.

Quindi, lo scopo del dottorato non è più soltanto quello di formare potenziali accademici; ma anche di formare ricercatori che possano andare a lavorare in centri di ricerca privati. D'altronde, lavorare nel centro di ricerca di Google o della Microsoft è persino meglio che lavorare come ricercatore all'università.

Le domande cruciali

Il ragazzo a questo punto mi chiede:

Studente: "sì, ma non mi conviene allora andare subito a lavorare in azienda?".

Io: "E qui casca l'asino. Perché se vai a lavorare in azienda in Italia, bene che vada ti offrono un contratto appena decente e ti mettono a lavorare come un mulo. Le tue prospettive di carriera devi costruirtele esclusivamente in azienda. Inoltre, andare a lavorare in un centro di ricerca da neolaureato è molto difficile. Quanti anni hai?"

Studente: "24"

Io: "Il dottorato dura 3 anni, di solito c'è un'estensione di un anno per poter completare la tesi. Male che vada, quando finirai avrai 28 anni, e sarai ancora appetibilissimo per il mondo del lavoro"

Studente: "Ma non sono 4 anni persi?"

Io: "Dipende da te. Il nostro dottorato ti offre la possibilità di andare per almeno 6 mesi all'estero come visiting student in una università europea o americana, tutto spesato (ti daranno un extra per la durata della tua permanenza, e ti pagano il viaggio di andata e ritorno). Imparerai davvero l'inglese, anche quello tecnico. Quale azienda italiana ti darà mai questa possibilità? E poi, puoi scegliere se fare il teorico puro, cosa meno interessante dal punto di vista industriale, oppure di fare ricerca applicata, e se scegli bene il tuo ambito, magari la tua ricerca sarà appetibile per qualche azienda.

E poi: potresti avere l'opportunità di partecipare a qualche progetto europeo; imparerai a scrivere specifiche, rapporti tecnici; imparerai a presentare le tue idee in maniera strutturata, a scrivere articoli scientifici. Potrebbe capitarti di fare un brevetto. Sempre che tu ti dia da fare, naturalmente! Quando vai ad informarti per il dottorato, chiedi bene cosa ti offrono, e cerca di capire se la ricerca che si fa in quel gruppo ti appassiona, e se ci sono sbocchi industriali."

Studente: "Sembra un sogno, ma dopo io vorrei restare in Italia"

Io: "Alcune aziende italiane riconoscono la formazione per il dottorato e ti offrono uno stipendio più alto rispetto a un neolaureato. Non tutte naturalmente: alcune aziende medio-piccole cercano solo carne da cannone, e per loro il dottorato è troppo. Comunque, il dottorato ti da un'opportunità in più, e comunque in questi 4 anni potresti divertirti un sacco".

Studente: "Mi hai quasi convinto. Ma se volessi provare la carriera accademica?"

Io: "In Italia? Allora saresti un fesso. Comunque, puoi rimandare la decisione al termine del dottorato. Lì è il punto di svolta, a quel punto non devi più sbagliare. Puoi decidere di farti del male e continuare con assegni di ricerca, contratti a termine per un tempo arbitrariamente lungo, e ti dico subito che la carriera che farai non dipenderà dalla tua abilità. Oppure puoi decidere di trovarti un lavoro in Italia o all'estero. Potresti persino pensare di metterti in proprio fondando la tua start-up: in 25 anni, dalla Scuola Sant'Anna ne sono uscite fuori innumerevoli, alcune sono diventate delle piccole aziende di tutto rispetto. Quello che assolutamente ti sconsiglio è di far passare il tempo senza deciderti: dopo i 30 anni non c'è più molto tempo per cambiare rotta."

Conclusioni

Di solito, quando faccio un discorso così, allo studente brillano gli occhi, e al 90% viene a fare il concorso di dottorato da me.

E come finisce la storia?

Oggi, su 7 dottori, uno ha già cominciato a lavorare alla Nokia da qualche mese e ha al suo attivo qualche brevetto su WiMAX. Un altro, che ha fatto la tesi sulle memorie Cache, è già stato assunto alla ARM Ltd, in inghilterra. Un terzo, esperto di sicurezza, fa già il consulente di alcune società nel nord italia. Altri 3 hanno degli assegni di ricerca da parte dell'università e del CNR. Uno ha trovato lavoro presso una piccola ditta del circondario. I primi sei avevano fatto delle ottime tesi, con pubblicazioni in riviste internazionali referate; l'ultimo ha fatto un buon lavoro di applicazione, non molto "remunerato" da pubblicazioni, ma comunque globalmente più che sufficiente.

Pensando ai primi due, uno potrebbe pensare: "ecco, li formiamo spendendo un sacco di soldi, e poi se le prendono le aziende straniere, è uno spreco!".

Verissimo, ma per una volta non è colpa nostra, sapete?

(continua...)

2 commenti:

  1. Innanzitutto ancora grazie. :D

    Condivido tutto quello che dici anceh se ovviamente il mio campo biomedico e diverso da quello dell'ingegneria. E hai ragione quando dici che è da pazzi pensare di poter fare ricerca all'università in italia. Si passa la vita a fare il mulo con assegni miserrimi senza la certezza che poi un domani arriverà la cattedra. I tempi sono cambiati, sforniamo migliaia di dottorandi all'anno, centinaia di migliaia di laureati. Ilmercato è inflazionato. Ci sono più wannabe ricercatori che posti! La carriera si dilata in decenni e per competere con migliaia di altri bisogna avere pubblicaizoni, conoscenze e fortuna.
    Se potessi tornare indietro cambierei carriera. Ma all'epoca non potevo sapere che il mercato si sarebbe inflazionato così tanto.

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  2. Mannaggia, prof! Ha ucciso un sogno! In chimica vale lo stesso discorso?O ê ancora peggio pensare di fare carriera universitaria?

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