mercoledì 16 febbraio 2011

Antimafia a parole

Ci sono tematiche su cui sono particolarmente sensibile. Una di queste è la lotta alla mafia (anche perché ho avuto dei parenti coinvolti direttamente). Ecco un pezzo che mi ha commosso, ed ecco perché in questo paese, in questa Sicilia, io non mi ci ritrovo.

(via  Weissbach)

4 commenti:

  1. Vedi, la nostra società si regge su di un patto sociale: io rinuncio a difendermi da solo ed in cambio ricevo giustizia e protezione dallo Stato (il quale non è un'entità ipostatizzata che risiede in paradiso, bensì tutti coloro che mi circondano e che vivono in rapporto con me). Se questo sinallagma basilare si rompe, ossia se lo Stato non riesce a garantire la mia incolumità e il mio diritto a vivere normalmente, sono pienamente autorizzato a riprendermi la potestà primitiva alla quale avevo rinuziato con la conseguenza che inizierò a difendermi e farmi giustizia da solo. Non c'è altra via.

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  2. La questione che descrivo però mi sembra più complessa. Coinvolge tante altre cose, tra cui il rispetto dello "spazio pubblico". Invece, l'unica cosa che conta sembra essere sempre e solo lo spazio privato, e dello spazio non privato (mio o di altri) chissenefrega.

    Nella storia raccontata nell'articolo che ho linkato mi hanno impressionato il comportamento del preside e dei genitori della ragazza. Non vogliono problemi di nessun tipo, loro.

    Nel mio piccolo io ho vissuto qualcosa di simile. Non è stato piacevole: ma non si può sempre scappare, perché se no prima o poi toccherà anche a noi. Non si può sempre dire "non è un problema mio", perché inevitabilmente prima o poi lo diventerà.

    Ripeto: ognuno sembra vivere cristallizato nel presente e rinchiuso su se stesso, senza riuscire a vedere più in la' del proprio naso. Così non si va da nessuna parte.

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  3. La mia personale ricerca da "economista della domenica", verte esattamente su questo argomento. Son solito raccontare un piccolo aneddoto in proposito. Mio padre era un gran lavoratore e una persona molto onesta. E' morto povero e ha lasciato poco o nulla ai figli. Chi lo aveva preceduto nel posto di responsabilità che occupava, era un ladro patentato. Così ladro che, grazie alla stupidità dei titolari della ditta (nobili di schiatta, del tutto disinteressati nella gestione delle proprie cose) aveva organizzato un traffico notturno di camion che gli serviva per rivendere per proprio conto parte della produzione aziendale. La cosa è andata avanti per molti anni, senza che i titolari se ne accorgessero, e il nostro è divenuto miliardario. Venne scoperto e licenziato, ma per cause oggettive l'azione risarcitoria non fu avviata. Il predecessore di mio padre ha potuto così impunemente accumulare una fortuna tale da mantenere comunque il rispetto della nostra comunità (una piccola cittadina di provincia) e di trasmetterla anche a figli e nipoti i quali, a distanza di due generazioni, grazie all'ingente patrimonio ereditato dal nonno, sono tutt'ora oggetto di grande deferenza e considerazione sociale.
    Del resto, i Kennedy costruirono il loro impero sul furto e la rapina; il corsaro Morgan divenne baronetto; gli Agnelli non sarebbero tali senza i morti della prima guerra mondiale.
    Ciò che voglio stigmatizzare è l'assoluta esigenza di trovare al più presto una ragione logica e filosofica, che non sia mera retorica, per giustificare il sacrificio imposto al singolo in favore della comunità. Se detta giustificazione non si trova, ne risulterà sempre conveniente il delinquere (nel breve come nel lungo termine) rispetto al comportamento socialmente rispettoso. Le misure coercitive - per quanto oppressive - senza la collaborazione generale derivante dalla consapevolezza che il bene comune in fine garantisce anche quello individuale, non riusciranno mai a garantire il rispetto delle istituzioni.
    Il problema su cui verte la mia ricerca è esattamente questo: ma è proprio vero, poi, che il bene comune garantisce quello dell'individuo o si tratta solo d'una pia illusione alimentata da secoli di mistificazione cristiana? Io vorrei riuscire a darne una dimostrazione logica inconfutabile.

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  4. Ah, i miei amici libertari direbbero esattamente il contrario: non è il bene comune che garantisce il bene dell'individuo, semmai il contrario (se non ho travisato troppo l'idea generale!).

    Comunque, la storia che racconti è davvero esemplare, e non solo in Italia. Evidentemente c'è qualcosa di più sotto.

    A mio parere il bene comune "spesso" garantisce "in media" il bene dell'individuo, e a medio/lungo termine. In altre parole, le buone politiche sociali servono più per il benesere dei nostri figli, qualche volta (o spesso) a discapito del bene del singolo individuo. Ma non ho prove inconfutabili a proposito, e non sono molto sicuro sia possibile darne.

    Comunque, è un po' che ci rimurgino anch'io su queste cose, grazie agli stimoli di un po' tutti i blogger che frequento, e prima o poi metterò giù qualcosa.

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