sabato 12 dicembre 2015

Voti

Il voto è odioso

A me piace molto insegnare ma c'è una cosa del mio lavoro che proprio non riesco a farmi piacere: dare i voti agli studenti.

In questo momento sono qui seduto a rivedere i progettini che i miei studenti hanno realizzato durante il semestre, per potergli assegnare un voto finale. In realtà li ho già valutati quasi tutti man mano che me li consegnavano durante l'anno: li chiamavo alla cattedra, guardavamo insieme il codice, gli davo suggerimenti, trovavo errori, e qualche volta gli richiedevo di correggere e riconsegnare. Si tratta di un controllo continuo durante l'anno, lo scopo è di aiutarli a progredire pian piano nell'arte della programmazione. Che poi è lo scopo finale del mio lavoro: insegnare qualcosa. Uno studente arriva all'inizio del corso che non sa e finisce che sa almeno qualcosa, e tu l'hai guidato nel percorso di apprendimento, assicurandoti che abbia appreso le cose "giuste".

(Per inciso: nessun MOOC potrà mai sostituire questa costosa forma di insegnamento, solo che è, appunto, molto costosa)

Ma dare i voti è un altra cosa, ed è odiosa, perché alla fine corrisponde a riassumere tutto in un unico numerello e mettere gli studenti in fila, dal più bravo al più scarso. Ed è semplicemente impossibile farlo in maniera giusta, equilibrata e precisa. Perché, come in qualsiasi attività umana, valutare l'attività di uno studente è usa cosa complessa che coinvolge tanti parametri, non tutti riassumibili in semplici numerelli. Persino in informatica, persino nella programmazione.

C'è chi ha sempre l'intuizione giusta, ma poi è disordinato di natura e scrive programmi orribili; all'opposto c'è chi ha difficoltà a trovare un algoritmo anche semplice, ma poi scrive programmi precisi, ordinati, e privi di errori. Hanno entrambi dei limiti e dei punti di forza: l'ottimale sarebbe insegnare al primo ad essere preciso e ordinato, e al secondo l'arte del problem solving. Ma alla fine, come fai a tradurre tutto in un semplice numero? Chi merita di più, il primo o il secondo, chi dei due è arrivato più vicino all'ottimo? Non è facile decidere, rischi di essere ingiusto. È già difficile fare una graduatoria tra due studenti dello stesso anno e della stessa classe, figuriamoci quanto sia difficile farlo fra studenti di classi e di anni diversi.

Eppure dobbiamo farlo, fa parte del nostro lavoro, e sono gli studenti stessi che ce lo chiedono continuamente: "quanto ho preso, prof?" e magari ti contestano per uno o due punti in meno rispetto a quanto si aspettavano di ricevere.

Potrei fregarmene, e dare i voti in maniera meccanica, come fanno molti. Si parte dal voto massimo, e si toglie un tot per ogni errore. Alla fine si fanno medie, si applicano formule, e si ottiene il risultato. Ci ho provato nel passato, ma non funziona: il risultato finale è altrettanto arbitrario, se non addirittura più arbitrario, del voto dato "a sensazione".

Giudizi

I miei genitori sono stati entrambi insegnanti di scuola media, e mi ricordo che da piccolo raccontavano di quanto fosse stato difficile il passaggio tra voti e giudizi. Prima si usava dare dei voti da 1 a 10, poi furono aboliti in favore dei giudizi. L'idea era che un giudizio era una valutazione completa di tutte le sfaccettature della performance di uno studente, e quindi sicuramente migliori di un semplice numerello. Purtroppo, quando le mamme venivano al ricevimento, dopo aver letto tutta la pappardella del giudizio, inevitabilmente chiedevano: "si, ma quanto ha preso? 6, o 7?".

Forse fa parte della natura umana, della naturale tendenza alla competizione che ci porta a desiderare di arrivare primi, di essere migliori degli altri in qualche cosa.

Io sospetto che il voto in realtà corrompa lo studente. Il rischio concreto è che alla fine l'obiettivo diventi il numero e non l'apprendimento. È un rischio più che concreto, perché le attività intellettuali riescono meglio quando ci si appassiona, ma se si punta esclusivamente al voto è più difficile appassionarsi. Abbiamo tutti avuti dei compagni di classe che studiavano a memoria e lavoravano solo per il voto.

Ma abolire il voto non si può, ci vorrebbe una rivoluzione culturale troppo grande per convincere gli essere umani dell'inutilità, anzi della dannosità del voto. 

Valutare i valutatori

Qualche giorno fa mi hanno passato il link a questo post di un professore universitario italiano, Federico Bertoni, che è subito diventato molto popolare in rete:

Microfisica della bêtise. Come distruggere l’università e vivere felici

Il prof. Bertoni si lamente (giustamente!) della pretesa burocratica di misurare con indicatori numerici il lavoro del professore universitario. VQR, indici bibliografici, riviste di classe A, B, contabilizzazione delle ore di insegnamento, etc. Pretesa presente in tutti i sistemi universitari del mondo, sia chiaro: il sistema italiano semmai aggiunge quel tanto di bizzarria burocratica da farlo diventare oltremodo ridicolo, ma non si creda che in Francia, o in Germania, o nella liberale Inghilterra, sia poi tanto diverso.

E hai voglia a dire che gli indici bibliometrici corrompono i nostri ricercatori, che lavorano quasi esclusivamente all'obiettivo di massimizzare l'indice piuttosto che pensare a fare buona ricerca (obiettivi spesso non coincidenti). E hai voglia di dire che l'indice non può in alcun modo descrivere le sfaccettature del lavoro forse più complesso e meno valutabile del mondo. Niente da fare: hanno deciso che bisogna valutare la performance dei docenti e dei ricercatori (e vogliono evitare di spendere tanti soldi) e dappertutto si cominciano ad usare questi indici.

Quindi, sono d'accordo con Bertoni: tutti questi indici stanno uccidendo l'università, e non solo quella italiana (quella italiana morirà prima di altre, e per tante altre ragioni).

Però voglio dire a Mazzoni e a tutti gli altri che mi leggono, che è impossibile sottrarsi alla valutazione. Non sarebbe neanche giusto: noi valutiamo gli studenti giorno per giorno, ed è giusto, necessario ed importante che qualcuno valuti il nostro lavoro. Sarebbe necessario che lo valutasse veramente, e che non si limitasse a contare meccanicamente le crocette di un formulario, o le citazioni di un paper pubblicato in un journal di classe A o B che sia. Sarebbe bene che valutassero la nostra didattica, magari in maniera umana e non computerizzata.

Però tutti questi indici sono anche (e soprattutto) colpa nostra. La naturale tendenza alla competizione che alberga nell'animo di ogni essere umano è solitamente presente in quantità abnormi nei ricercatori e docenti universitari. Spocchia e boria, due dei tratti popolari più frequentemente affibbiati alla nostra categoria, ci portano naturalmente a desiderare il confronto e la competizione. La bibliometria è lo strumento perfetto per esaltare il nostro ego, e alzi la mano chi tra noi non ha la tentazione frequente di andare a vedere su Google Scholar se il proprio h-index è cresciuto nella notte.

Quindi, i primi nemici della nostra categoria siamo noi stessi, inutile agitare il pugno verso degli oscuri burocrati ministeriali. Dentro i vari consigli (ANVUR, VQR) ci sono professori universitari, siamo noi ad avere scritto i nostri regolamenti.

Così come gli studenti vengono a chiederci insistentemente "si, ma alla fine quanto ho preso? ci arrivo al 27? sa, mi serve per non rovinarmi la media", noi stessi chiediamo insistentemente a che punto stiamo nella classifica che noi stessi ci siamo costruiti.

Conclusioni

Quindi, se non cambiamo mentalità, siamo fregati. Studenti come insegnanti. Apprendere non significa competere. Sono due cose diverse, non necessariamente correlate. Se vogliamo cambiare in meglio la nostra società, dobbiamo cambiare atteggiamento culturale. Per una valutazione diversa, e più umana, per noi stessi prima di tutto.



Errata

In una prima versione di questo post, avevo erroneamente attribuito il post "Microfisica della bêtise" a Guido Mazzoni. Il post è stato in realtà scritto da Federico Bertoni e postato da Guido Mazzoni. Grazie a Davide per la segnalazione e mi scuso per la svista. 

domenica 15 novembre 2015

Nuovi hobby

Dopo non so più quanti anni mi sono rimesso a suonare la chitarra (saranno 20? non ricordo più).

La sera faccio esercizi per le dita, ogni tanto cerco gli accordi di una canzone per studiarla. Sono un po' deboluccio sul ritmo (e per uno che ha sempre suonato la chitarra ritmica è un grosso guaio) ma magari studiando...

Poi mi si sono rammolliti i polpastrelli, per cui dopo un po' mi fanno male. Ma anche qui, con tanta pazienza e allenamento i cuscinetti dovrebbero riformarsi presto. Almeno spero. 

Abbiamo messo su un gruppino, io e mia moglie: lei canta, io suono. Stiamo preparando un bel repertorio anni 80-90, vediamo che esce fuori, in attesa che si aggiunga il terzo componente al gruppino (Edoardo studia anche lui la chitarra).

Sabato prossimo vengono degli amici francesi a casa a cena, anche loro con le chitarre. L'idea è di suonare e cantare tutti insieme, e provare qualche canzone. Il problema è che io di canzioni francesi quasi non ne conosco, e loro di canzoni italiane neanche a parlarne. E quindi abbiamo cominciato a fare una lista di canzoni inglesi e americane, i soliti Bob Dylan, Beatles, Rolling Stones.  Ma magari posso cominciare a proporgli qualcosina di italiano che non sia "O Sole mio", avete suggerimenti?

L'unica canzone francese che ho imparato nel frattempo è "Cendrillon" (Cenerentola) che vi riporto qui sotto. Il testo è significativo, ve la consiglio caldamente, (niente traduzione, abbiate pazienza: diciamo che comincia come la favola omonima, ma finisce in maniera piuttosto differente).


Insomma,bisogna pure passare il tempo in qualche modo, no? 

lunedì 26 ottobre 2015

La comicità in Francia

I francesi hanno uno spirito comico piuttosto particolare, e può succedere che uno straniero rimanga a volte un po' disorientato nell'ascoltare qualche battuta, oppure nel guardare un programma comico, o le vignette dei giornali satirici.

Nel libro "Le più belle del mondo, atlante mondiale delle barzellette", Patrizio Roversi e Martino Ragusa descrivono la comicità francese in questo modo:
"La Francia è forse la patria dell'umorismo aggressivo, quasi sempre eterodiretto: i francesi fanno barzellette soprattutto contro gli altri. In ciò si differenziano dagli inglesi, che sono ugualmente auto e eteroironici, e dagli italiani, che sono abbastanza autoironici. A questo proposito, si può dire che i francesi siano l'esatto opposto degli ebrei, nel senso che gli ebrei sono quasi sempre autoironici mentre i francesi non lo sono affatto."
Ed è in parte vero: i francesi rivolgono il loro umorismo contro qualcuno o qualche cosa, e sanno essere davvero cattivi e molto spregiudicati in questo. E' un modo di ridere a cui non siamo (più) abituati, perché ormai dappertutto domina il politically correct, ovvero "primo: non offendere". In Italia, l'umorismo satirico è ormai diretto quasi esclusivamente contro i politici, il punching ball dei nostri comici. In Francia, si ride offendendo allegramente la religione, le abitudini e i tic (degli altri), e anche i politici, certo, ma con una certa pesantezza a cui noi italiani non siamo più abituati (se mai lo siamo stati). Gli unici in italia che fanno umorismo e satira in questo modo sono forse solo i toscani del vernacoliere, perché solo i toscani si riservano ancora il diritto di offendere ridendo.

Recentemente è saltato all'attenzione del mondo l'attentato a "Charlie Hebdo", il giornale satirico francese. E ho avuto l'impressione che il resto del mondo non abbia davvero capito l'ambito culturale in cui nasce e cresce quel tipo di umorismo. In Francia CH era sicuramente un caso a parte, per come continuava ostinatamente a portare avanti un certo tipo di satira, e per come si ponesse l'obiettivo di andare sempre oltre il limite del politically correct.  Ma è un tipo di umorismo che ha radici profonde nella cutura francese, e che viene quindi intepretato in maniera parziale all'estero.

Per farvi un esempio, negli anni '90 su Canal+ andava in onda "Les nuls", un programma di comicità leggera, in cui si parodiavano film, trasmissioni televisive, pubblicità. L'altra sera mi è capitato di vederne una selezione di repliche, le più famose. Eccone una che mi ha colpito:


Una cosa del genere, in altre parti del mondo, avrebbe potuto scatenare una guerra, non credete? E' abbastanza importante dire che l'autore (e attore) del filmato è di origini ebree, e non è affatto un autore di satira politica, ma un comico generico, come potrebbe essere stato Crozza ai tempi dei Broncoviz. Eppure, il tipo di comicità che esprime è piuttosto sopra le righe per la sensibilità di un non-francese come me. Potete, se volete, divertirvi a cercare altre performance de "Les nuls" su YouTube. La maggior parte sono battute contenenti parolacce o a sfondo pesantemente sessuale (come riferito da Ragusa e Roversi nel loro libro).

Per concludere: credo che questo tipo di comicità sia destinato a sparire anche in Francia. Il politically correct non è più opzionale nel mondo globalizzato e multi-etnico in cui viviamo, e prima o poi i francesi dovranno, loro malgrado, uniformarsi: "primo, non offendere".

sabato 3 ottobre 2015

Un'occasione di business

Mentre leggevo distrattamente le ultime su twitter, mi sono imbattuto in questo tweet:


Dopo una strage, la gente corre ad ordinare i fucili d'assalto. Per proteggersi meglio? uhm. 

E' un problema molto lontano da me, mi riguarda abbastanza poco in fondo. Eppure mi sale una cosa dentro, tipo rabbia e tristezza, mista a sensazione di impotenza e sfiducia nel genere umano. Una bile nera che mi viene quasi voglia di prenderlo io un fucile per andare a sparacchiare un po' in giro.

Ecco alcuni numeri sul problema numero 1 degli USA.

Più armi ci sono in giro, più sono gli omicidi e i suicidi, senza contare gli incidenti. D'altronde, se hai qualche decina di fucili e mitragliette in casa, mi sembra naturale che prima o poi ti venga voglia di usarli, no?
Possibile che sia così difficile da capire? Eppure gli americani, dopo una strage, corrono a comprarne altri.

C'è di che perdere la fiducia nel genere umano.

domenica 20 settembre 2015

Patrimonio culturale ch'ti

Questo fine settimana in Francia si festeggiavano le "Giornate del Patrimonio", durante le quali diversi musei e luoghi culturali sono accessibili liberamente e gratuitamente, e ogni museo organizza degli eventi per accogliere il pubblico.

E per approfittarne, oggi siamo stati al 9-9bis. Si tratta di una ex miniera di carbone situata a una ventina di chilometri da qui. Il nome viene dalla numerazione dei pozzi delle miniere della regione: il sito in questione aveva due pozzi, il numero 9 e il 9bis, appunto. Il sito è stato dichiarato "Monument Historique", e dal 2012 è stato inserito nella lista del patrimonio dell'umanità dell'UNESCO. Grazie ai contributi dell'Unione Europea, vi è stato costruito un teatro dedicato alla musica, il Metaphone.

I due pozzi
Cosa abbiamo fatto oggi? Al nostro arrivo, i ragazzi hanno partecipato a due atelier: nel primo hanno potuto decorare la scritta 9-9bis utilizzando una bomboletta spray, o delle fronde di edera, nel secondo hanno ritagliato delle figure colorate da incollare su delle foto in bianco e nero del vecchio sito minerario.






Poi abbiamo fatto una visita guidata del metaphone. Le guide erano 3 attori che hanno messo in scena una piccola rappresentazione comica molto divertente e coinvolgente: mia figlia Margherita si è divertita tantissimo.

Il metaphone al tramonto
Quei pannelli che vedete all'esterno fungono anche da strumenti musicali. Sono collegati a dei martelletti che battendo fanno risuonare il pannello e tutta la struttura, con un effetto molto particolare. Un vero "edificio musicale". 

Poi ci hanno portato sul terril: si tratta di una montagnetta di materiale di scarto dell'estrazione mineraria. Questa era alta 110 metri, il che dovrebbe darvi un'idea di quanto materiale sia stato estratto dalla miniera nei circa 50 anni della sua attività.

Il terril al tramonto
Sul terril c'era un mini laghetto, Margherita in primo piano
Dalla cima del terril, ne abbiamo contati un'altra decina nel raggio di pochi chilometri, ma ce ne sono molti di più nella regione.

Infine, ci hanno fatto visitare le macchine. Gigantesche, servivano per pompare l'aria nei cunicoli, per tirare su il materiale, e come ascensore per i minatori. Un vecchio minatore ci ha fatto da guida, faticavo un po' a capire il suo accento ch'timi.

La guida
Una delle macchine per il pompaggio dell'aria
Insomma, è stata una bella giornata, ci siamo divertiti molto, e ritorneremo sicuramente a sentire qualche concerto.

Volevo infine fare tanto di cappello a questi uomini e donne, che sono riusciti a trasformare una miniera di carbone in simbolo della loro storia e del loro passato triste e nero come i visi dei minatori. Invece di distruggere tutto per dimenticare, hanno elevato la fatica dei loro padri a simbolo della loro eredità storica. Una cosa davvero commovente e sinceramente bellissima. Chapeau.

lunedì 14 settembre 2015

L'integrazione linguistica

Giornata importante: oggi per la prima volta mia moglie ha terminato una frase con "quoi".

Per i non francofoni, la parola "quoi" si usa soprattutto nelle interrogative vuol dire "cosa".

"C'est quoi ça?" vuol dire "cos'è questo?".

Però molti francesi (qui al nord quasi tutti), nel parlato di tutti i giorni usano terminare le frasi con la parola "quoi". In questo caso, "quoi" non vuol dire niente, ma è una specie di rafforzativo del concetto espresso nella frase, come il "deh" livornese. Per esempio:

"C'est un peu serré, quoi", si potrebbe tradurre con "è un po' stretto, deh".

La coincidenza tra "quoi" come cosa, e "quoi" come deh, è all'origine di una situazione comica nel film "Giù al nord" :


Antoine dice "je vous dis, quoi", ma l'altro non capisce, crede che Antoine gli chieda cosa debba dirgli, e vanno avanti qualche minuto senza capirsi.
  
Forse non è un caso che, di tutta la famiglia, proprio mia moglie livornese sia la prima a prendere questo tic: dal deh al quoi il passo è breve. Ed è un passo in più verso l'integrazione l'inguistica, ça va sans dire.

martedì 1 settembre 2015

Il progesso (nientemeno)

Nella mia università (a Lille, in Fancia) è cambiato da poco il tecnico che si occupava della logistica dei corsi. Il vecchio dipendente è andato via ed è stato rimpiazzato da un giovane impiegato, ancora inesperto nel mestiere. In più, hanno appena acquistato un nuovo software di pianificazione delle aule e degli orari dei corsi: si mettono dentro i corsi, il volume orario e il numero di studenti per ciascuno di questi, e viene fuori la schedulazione delle aule e degli orari per ciascun corso. Siamo il dipartimento di informatica, che diamine! E in più lo facciamo anche per quelli di fisica, di matematica e di chimica.

Il fatto è che il software non sta dando i risultati sperati. Forse è colpa del nuovo impiegato ancora inesperto; oppure il software non è stato concepito tanto bene e mancano delle opzioni. Fatto sta che i risultati sono un pochino confusi.

Io per esempio faccio una lezione dalle 10:20 alle 11:50 il mercoledì. Orario un pochino bizarro, nevvero? In effetti è stato previsto un intervallo di 20 minuti tra una lezione e l'altra per permettere agli studenti e ai docenti di cambiare aula. Le aule si trovano in 4 edifici sparsi per il campus, e in certi casi ci vogliono 10/15 minuti a piedi per andare da un edificio all'altro. L'anno scorso tutte le aule per i corsi di informatica erano localizzate nello stesso edificio: oltre ad essere comodo, era possibile ridurre il "cambio aula" a soli 10 minuti, il tempo di un veloce café. Ora invece sembra sia necessario andare da un capo all'altro.

Inoltre, per alcuni corsi non mi sono ancora state comuinicate le aule; stanno ancora lavorando ad un ottimizzazione delle allocazioni, e ci hanno detto di verificare attentamente che tutte le settimane il corso si svolga nella stessa aula; sembra infatti che il nuovo software, nell'intento di ottimizzare una qualche misteriosa variabile interna, allochi aule diverse per lo stesso corso nelle varie settimane. Per esempio la mia lezione del mercoledì si potrebbe svolgere una settimana in aula A12, la settimana successiva nella P24.

Ma ci hanno rassicurato: "non vi preoccupate, sarà disponibile un'apposita app  per smartphone con la quale studenti e insegnanti potranno verificare di volta in volta l'aula in cui si svolgerà la lezione". Uau, potenza dell'informatica!

E quindi, concludendo: fino all'anno scorso l'orario veniva fatto più o meno a mano, e non era perfetto, ma bastava memorizzare l'aula all'inizio del semestre e per 11 settimane ero a posto, e non dovevo neanche scarpinare troppo. Quest'anno invece invece ci sarà un'apposita app a ricordarmi tutto, ma probabilmente mi toccherà scarpinare tutto l'anno su e giù per il campus. Sperando che non mi si scarichi mai il telefonino.

Bello il progresso, vero?

sabato 1 agosto 2015

Viaggio in Sicilia

Sono tornato nella terra natale da qualche giorno. Compiuto i soliti rituali: granita con brioche da De Gaetano, arancino da Enzo e Nino. Si piazza benissimo anche la pasticceria Savoia.


 Fa un caldo incredibile e si fatica a dormire la notte. Google mi dice che ci sono 34 gradi, ma a me sembrano almeno 38. Sarebbe da stare sempre a bagno al mare, che per fortuna quest'anno è bellissimo, sembra una piscina.

Ho trovato Marsala più o meno come un anno fa, forse un po' peggio. L'ammiistrazione comunale è stata commissariata per lungo tempo, e durante il commissariamento tutto è rimasto fermo, immobile. Il nuovo sindaco si è insediato da poche settimane, è ancora troppo presto per dare un giudizio, ma non credo si riuscirà a fare granché. Non ci sono soldi, non ci sono risorse, ma soprattutto mancano le persone in gamba, le competenze. Quasi tutti i diplomati vanno a fare l'università al nord, tantissimi giovani lavorano al nord e tornano qui solo per le vacanze.

Se non riparte il sud, l'Italia non ce la può fare. E fare ripartire il sud dovrebbe essere più facile perché è messo peggio, e basta poco per migliorare.

Quindi, cari amici imprenditori del nord: venite a investire nel sud d'Italia! Compratevi le case al mare in Sicilia, costano poco; venite a vedere quello che si può fare. C'è tanto da sfruttare, da produrre, da far crescere; per esempio, prendete la pasticceria e la tavola calda siciliana e esportatele nel mondo: altro che panino di MacDo, volete mettere le arancine siciliane?

Venite ad investire qui al sud e fatelo crescere, perché qui da soli non ce la faranno mai.


martedì 16 giugno 2015

La luminara

Oggi c'è la luminara a Pisa, e me la perderò. Mi viene un po' il magone a pensarci. La festa della Luminara è davvero molto speciale, con tutti quei lumini ai palazzi, e le barche sul fiume, e i fuochi d'artificio. E Pisa mi manca tanto. Accidenti.

(Foto Muzzi, da iltirreno.geolocal.it)
Poi però penso che sono tanti anni che non vado alla luminara, e mi ricordo anche perché: c'è troppa gente. Per arrivarci devi camminare qualche chilometro; non si riesce a muoversi se non a gomitate, non parliamo poi se hai un passeggino o dei bimbi piccoli; trovare un posto decente per vedere i fuochi è una vera impresa; in borgo da qualche anno mettono la musica a palla. Insomma, la luminara è bella ma molto faticosa.

E' il destino delle cose belle: a un certo punto diventano popolari, anche troppo, e allora diventa difficile godersele, a volte impossibile. Per farla breve, quando eravamo a Pisa spesso la vedevamo in TV.

E allora questo magone da dove viene? E' che uno si costruisce i ricordi sui propri sentimenti e desideri e tende a dimenticare la dura realtà delle cose. E quindi mi sono fatto in testa il santino della Luminara, ho aggiunto un po' di stelline brillanti, ho cancellato le magagne, e gli ho acceso qualche candelina davanti. E guai a chi me lo tocca.

venerdì 5 giugno 2015

L'information technology serve veramente?

Qualche tempo fa ho letto un post di Paul Krugman sull'impatto dell'information technology sulla nostra economia (purtroppo non riesco a ritrovarlo, se qualcuno di voi lo trova vi prego di mettermelo nei commenti).

Krugman osserva che tutti parlano dell'Information technology come una "rivoluzione", che ha cambiato totalmente le nostre vite, il notro modo di lavorare, di studiare, di informarci, di tenerci in contatto con gli amici, ecc. Tutti lo dicono, quindi deve essere vero. E allora perché l'impatto sull'economia (e in particolare sulla crescita del PIL) è così modesto?

E' un dato di fatto: se guardiamo alla crescita nei paesi occidentali negli ultimi vent'anni, dove la rivoluzione di Internet e dell'informatica ha dato per prima i suoi frutti, vediamo una crescita modesta e ben due crisi economiche nel frattempo. Forse che l'impatto dirompente è stato appunto frenato dalle due crisi? Poco probabile.

Se guardiamo ad altre tecnologie dirompenti nel passato (l'industrializzazione e la produzione di massa, l'introduzione dei materiali plastici, la diffusione degli antibiotici, ecc.) possiamo collegarle a crescite della produttività a doppia cifra. Ci sono state cose, che ora diamo per scontate, che hanno davvero cambiato la vita dei nostri nonni e dei nostri padri. E perché l'informatica non ha provocato crescite del PIL altrettanto dirompenti? Forse è ancora una tecnologia immatura e darà i suoi frutti nel futuro? Forse i media tendono a pompare troppo l'importanza dell'informatica?

Krugman dice di non avere una risposta. Azzarda qualche ipotesi, ma tutte poco convincenti. 

Ne ho discusso con i colleghi, che sembravano tutti un po' perplessi: non ci avevano mai pensato. Siamo così immersi nell'"hype", nell'entusiasmo per gli smartphone luccicanti nelle nostre mani, siamo così presi dall'immaginare la tecnologia futura che non ci siamo mai accorti veramente di quale impatto reale la tecnologia odierna abbia prodotto nelle nostre vite.

Io credo che l'informatica non abbia davvero prodotto un incremento della "quantità" di cose che riusciamo a fare (cioé della produttività), quando della "qualità" con cui le facciamo. Vi faccio un esempio.




Il mio collega è un super geek: ha un PC fisso e un laptop, una tablette che usa per lavoro, il cellulare e lo smartwatch. E sostiene di usarli tutti durante il giorno, per motivi diversi ovviamente.

"Per esempio", mi ha detto, "per correggere le tesine degli studenti uso la tablette: così evito di portarmi dietro tonnellate di carta e ce le ho sempre li con me, per esempio per leggerle durante il tragitto in metro".

"Ok", gli ho chiesto, "ma alla fine riesci a correggere più tesine in meno tempo, oppure più o meno lo stesso numero di tesine?"

"Correggo più o meno lo stesso numero di tesine, più o meno nello stesso tempo".

Dunque, grazie alla tablette non è aumentata la sua produttività, ma la qualità del suo lavoro. Potrei fare tanti altri esempi come questo. Organizzare dei meeting usando il calendario sullo smartphone invece che l'agenda cartacea forse vi farà risparmiare qualche minuto, ma è soprattutto più comodo. I meeting aziendali vengono ancora oggi fatti per la maggior parte di persona, le teleconferenze non hanno mai davvero preso piede, ne hanno aumentato la nostra produttività in maniera significativa. Eccetera.

Insomma: il fatto di usare un PC e/o un altro apparecchio informatico vi fa lavorare meglio, ma non necessariamente di più di quanto facevato 20 anni fa.

Certo, ci sono degli ambiti in cui l'uso dell'informatica è ormai fondamentale: la grande distribuzione, la progettazione CAD, etc. Ma se ci pensate bene, il guadagno in termini di produttività non è "il doppio", semmai una percentuale non troppo elevata.

Insomma, maggior qualità di vita e di lavoro, non necessariamente maggior quantità di lavoro svolto. E la qualità non è sempre facilmente misurabile in termini numerici.

E voi che ne pensate: siete d'accordo con me?