domenica 20 aprile 2014

... e la risposta del governo

La volta scorsa ho riassunto il documento del CUN con cui chiedeva con forza un piano straordinario di assunzione di docenti universitari. Ecco la risposta del governo.

Beh, che resta da dire? auguri di buona Pasqua a tutti. 

sabato 19 aprile 2014

Allarme e richieste

Il CUN ha emanato un documento di proposta per invertire il declino dell'universita italiana.

Il CUN (Consiglio Universitario Nazionale) è un organo di rappresentanza dei docenti universitari. È elettivo: si svolgono delle votazioni a cui partecipano tutti i docenti, in seguito alle quali si può essere eletti al consiglio. Il CUN si riunisce regolarmente ed è uno degli organi che il ministero consulta regolarmente, anche se raramente ne ascolta i consigli.

Con questo documento il CUN lancia l'ennesimo allarme per la situazione dell'università italiana. Alcuni estratti (enfasi mia):
Il sotto-dimensionamento del corpo docente universitario italiano, e più in generale del complesso degli addetti alla ricerca universitaria, emerge evidente dal confronto europeo, e peggiora ogni anno di più. La consistenza numerica attuale è in Italia inferiore di almeno il 25% alla media dei valori di Germania, Francia, Spagna e Regno Unito, solo per limitarsi ai Paesi più simili al nostro per dimensioni e tradizioni.
Per l’effetto combinato della riduzione dei finanziamenti, dei blocchi del turnover e dei concorsi, e dell’abbassamento dell’età di pensionamento, negli ultimi sette anni si è verificato un crollo verticale del numero di professori in servizio (-30% per gli ordinari, -17% per gli associati), ben maggiore della contemporanea modesta riduzione del numero degli studenti. Va altresì ricordato che la terza fascia dei docenti universitari, quella dei ricercatori, è stata posta a esaurimento.
Le leggi vigenti prevedono inoltre che, sino al 2018, si potrà procedere a un’utilizzazione solo parziale delle risorse rese disponibili dai pensionamenti; dal 2018 in poi queste risorse potranno essere interamente reimpiegate, ma non si potranno comunque recuperare i posti perduti nei precedenti dieci anni. La figura mostra che in assenza di interventi si avrà un’ulteriore pesante contrazione del corpo docente. In assenza di subentri, i professori ordinari in servizio nel 2018 saranno la metà di quelli in servizio nel 2008. Analogamente, sempre ipotizzando che non vi sia alcuna nuova assunzione o promozione, i professori associati nel 2018 saranno il 27% in meno di quelli del 2008.
Numeri molto critici. Per mantenere un livello accettabile, il CUN stima un numeri di docenti a regime di circa 40.000. Per raggiungere tale numero:
[... ] deve necessariamente prevedere di immettere in ruolo ogni anno almeno 1.250 professori associati e tra 750 e 950 professori ordinari (Allegato B), a cui deve obbligatoriamente accompagnarsi un congruo reclutamento di ricercatori a tempo determinato indispensabili per la sostenibilità complessiva del sistema.
Questo a regime. Ma per recuperare il calo attuale, e portarsi al livello di 40.000 a regime, serve un piano straordinario di assunzioni nei prossimi anni:
L’intervento straordinario complessivo per raggiungere e stabilizzare una consistenza minimale auto-sostenibile del corpo docente dovrebbe prevedere un minimo di 4.600 assunzioni
di professori ordinari e 14.250 assunzioni di professori associati
nel quinquennio 2014-2018. [...]
Il CUN propone di attivare immediatamente una prima tranche di intervento straordinario compatibile con la situazione attuale e con gli obiettivi di sistema indicati. Questa prima tranche deve prevedere 4.000 assunzioni di ordinari e 10.000 di associati nel triennio 2014-2016. La seconda tranche dell’intervento straordinario può essere realizzata nel biennio successivo.
Naturalmente, questa proposta è "di parte", ovvero fatta dal CUN, cioè dagli stessi docenti. Però è una proposta supportata da numeri, almeno, numeri concretissimi. Quanto verrebbe a costare questo piano straordinario allo stato italiano?
[...] Ne consegue dunque che il costo totale aggiuntivo dell’intervento straordinario qui proposto, fatto salvo il completamento del piano straordinario associati, è di 250 (100+450-300) milioni di euro annui a partire dalla fine del 2016. Dal 2017 in poi non sarà necessario alcun nuovo stanziamento a parità di docenti, se non quello della seconda tranche dell’intervento straordinario per portare il numero complessivo dei professori da 35.000 a 40.000.
In pratica se ho capito bene e ho fatto per bene i conti, il CUN vorrebbe che fosse aumentato il fondo di finanziamento delle università di 250 milioni l'anno. Troppi?

In un epoca di tagli feroci a praticamente tutto il tagliabile, una richiesta di aumento di ben 250 milioni di spesa sembra essere un'eresia. Eppure, da qualche parte bisognerà cominciare per tornare prima o poi alla normalità di un grande paese europeo che investe nell'innovazione.

Se no possiamo decidere di metterci l'anima in pace e accodarci nella serie B dell'Europa, distruggendo quello che rimane della nostra ricerca.

venerdì 28 febbraio 2014

Riforme

Dal blog Phastidio:
"Non è una riforma del mercato del lavoro a determinare -da sola- il riassorbimento della disoccupazione, se la domanda è strangolata da una persistente stance restrittiva di politica fiscale e da un credit crunch bancario. Basta guardare a quello che è successo all’occupazione spagnola dopo l’approvazione della riforma del mercato del lavoro, a marzo 2012. Anzi, la riduzione dei firing costs (i costi di risoluzione del rapporto di lavoro), in carenza di domanda, riduce l’attrito che si oppone alla riduzione dell’occupazione, ed agevola la pressione ribassista  sui salari, che è la via maestra attraverso cui passa il processo di aggiustamento."

lunedì 24 febbraio 2014

L'erede di Berlusconi

Oggi Matteo Renzi ha chiesto la fiducia al senato.

Vista da lontano, la politica italiana risulta un po' sfocata. Però forse da lontano si è un po' meno coinvolti e quindi un po' più lucidi, non so.

A me Renzi sembra un bravo affabulatore, proprio come Berlusconi, ed il suo discorso ha reso molto evidente questa sua caratteristica.

Renzi possiede molte delle qualità del Berlusconi di un tempo. Per esempio, ha parlato a braccio nel suo primo discorso pubblico di insediamento. Coraggio e sfrontatezza ma anche una mossa studiata, senza dubbio per farlo apparire più diretto, genuino e vicino alla gente, e per scrollargli di dosso l'immagine di "democristiano" che trama contro i propri compagni di partito. 

Poi l'apparente attivismo, e il suo parlare chiaro dei problemi della gente. Le soluzioni sono quasi sempre semplici e immediate, e l'unico problema sembra essere la volontà di agire che nei vecchi politici chissà perché mancava. Basta un foglio excel, che ci vuole? In una colonna si mettono i problemi, nell'altra il responsabile, nell'ultima la scadenza entro la quale il problema deve essere risolto.

Renzi, al contrario di Berlusconi, non si rivolge ai vecchi pensionati o agli imprenditori, ma ai giovani trentenni/quarantenni impiegati della pubblica amministrazione o giovani professionisti. E quindi ecco saltar fuori il mitico "foglio excel", mentre Berlusconi ammetteva candidamente di essere rimasto fermo alla stilografica. Il suo populismo è quindi aggiornato ai tempi, ma non meno vacuo e fumoso di quello di Berlusconi:  se devi mettere su un progetto, excel è il sistema meno adatto, ovviamente, ma ha il pregio di essere comprensibile a un'intera generazione di non-più-tanto-giovani che pensano di saper usare un PC perché utilizzano MS Office.

Insomma, come avrete capito dal titolo del post, secondo me Renzi è il vero erede di Berlusconi. E secondo me, lo pensa anche Berlusconi. Anzi sono quasi sicuro che nel passato quest'ultimo abbia provato a convincere Renzi a passare dalla sua parte: i due si sono riconosciuti della stessa pasta. Se questo fosse vero, non sorprenderebbe affatto la complicità tra i due sfociata nella celebre nella famosa "intesa perfetta", pronunciata da Matteo Renzi al termine dell'incontro.

Magari queste mie impressioni sono del tutto sbagliate. Io spero anzi vivamente di sbagliarmi, perché l'Italia ha bisogno di tutto tranne che di un altro venditore di fumo. Ma purtroppo le premesse mi rendono piuttosto pessimista.

Gran parte dei miei amici di sinistra pensavano che liberandosi di Berlusconi l'Italia si sarebbe potuta rimettere pian piano in carreggiata. Ma vent'anni di berlusconismo non sono passati invano, e purtroppo l'Italia è cambiata troppo per poter sperare che liberandosi di una persona tutto sarebbe cambiato. Il bisogno di un "uomo nuovo", che risolva da solo e armato di un semplice foglio excel i nostri problemi è tornata di moda ancora una volta nell'italiano medio, persino nella sottospecie "intellettuale di sinistra" di moda in questi anni 2010.

venerdì 17 gennaio 2014

Altre statistiche

Volevo dirvi un paio di cose.

Primo, che il mio post precedente è finito su ROARS.

Secondo, che gli italiani si sono dimostrati molto bravi anche nell'aggiudicarsi fondi ERC. Uno smacco per tutti gli increduli che continuano a sproloquiare di quanto schifo faccia la ricerca accademica italiana.

Certo, fa un po' specie vedere che, mentre gli italiani sono premiati con ben 46 progetti (il 15 percento del totale, secondi solo ai tedeschi che hanno il triplo dei ricercatori), solo 20 di questi si svolgeranno in Italia.

Infatti, ben 26 dei vincitori andranno a spendersi i fondi all'estero, in giro per l'Europa (soprattutto in UK, a quanto pare).

E chiamali fessi.

mercoledì 1 gennaio 2014

La performance della ricerca accademica italiana

Quali sono le performance della ricerca accademica italiana rispetto al resto del mondo? È vero che i professori universitari e i ricercatori italiani sono nullafacenti e scarsi?

Ispirato da questo post su Roars sono andato a guardare leggermi il rapporto originale, che è pubblicamente disponibile a questo link. Da come la pone Sylos Labini, sembra che ci siano buone notizie per l'università italiana, e che ci sia da essere contenti. Vediamo se è vero.

Il rapporto è stato commissionato dal governo inglese a Elsevier, ed è un'indagine statistica sulla performance della ricerca inglese rispetto al resto del mondo. Poiché ci siamo anche noi italiani, allora è il caso di dare un'occhiata più approfondita. Faccio qui un brevissimo sunto, per non annoiarvi, riportando i grafici.

Cominciamo dall'input, ovvero da quanto i paesi analizzati spendono nella ricerca:

Spesa in ricerca (GERD) in percentuale sul PIL
Il GERD sarebbe la spesa totale in ricerca, comprendente spesa pubblica in fondi di ricerca, come finanziamento all'università (HERD), spesa privata e spesa da altre fonti (principalmente associazioni non-profit come ad esempio Telethon). L'Italia e l'ultima tra i paesi analizzati. Notiamo che tutti stanno tagliando. L'Italia sembra in leggera crescita, ma non sono sicura della correttezza del dato (le linee tratteggiate sono proiezioni sui dati OECD). Inoltre, la crescita di un rapporto potrebbe anche essere dovuta al calo del denominatore (ovvero del PIL).

Se vogliamo vedere come l'Italia scompone il suo GERD, ecco il seguente grafico.
Scomposizione della spesa
Come vedete, il problema è sia il basso livello di spesa generale, sia il fatto che la spesa privata è tra le più basse in assoluto.Anche questo dato è ben noto.

Vediamo adesso il numero di ricercatori nei vari paesi.
Numero di ricercatori
Nel rapporto sta scritto che questo numero potrebbe essere sottostimato, ma ci ritorno dopo.

Questo per quanto riguarda l'input e la forza lavoro iniziale. Adesso vediamo gli output. Per quanto riguarda la percentuale mondiale di articoli, la classifica è saldamente guidata dagli USA.

Nel grafico a destra viene riportato un ingrandimento escludendo USA e Cina

Tali numeri sono tutt'altro che sorprendenti dopo aver visto la spesa e il personale. Cosa succede se facciamo il rapporto?

Questo è il numero di articoli per unità di GERD (ovvero di spesa). L'Italia è sorprendentemente terza

Niente male. Soprattutto vediamo che gli USA cadono parecchio in basso nella classifica. Inoltre vediamo che la performance dell'Italia si è mantenuta ai primi posti nel corso degli ultimi anni.

E se guardiamo il numero di citazioni per unità di spesa?





Le cose non cambiano molto. I ricercatori italiani continuano ad essere piuttosto efficienti, nonostante il sorpasso da parte del Canada. E soprattutto, continuano ad essere molto più efficienti di paesi come la Francia, la Germania (!) e gli USA.

Naturalmente, questa è solo una misura di efficienza, e non è detto che sia la migliore, o quella da guardare se vogliamo migliorare il sistema dell'educazione e della ricerca nazionale. Vorrei però far notare che misure "bibliografiche" sono adottare dall'ANVUR (l'agenzia nazionale per la valutazione dell'Università e della ricerca) sia per valutare le università italiana (ultima VQR), sia per valutare i singoli ricercatori/docenti (vedi ASN). Quindi, sembra che questi indicatori siano quelli che i governi italiani recenti hanno deciso di prendere in considerazione nella valutazione del nostro sistema universitario.

Riporto per completezza anche i grafici che riportano gli stessi rapporti relativamente all'HERD, ovvero alla sola componente della spesa che riguarda il finanziamento dell'università.


 
Nel secondo caso, notiamo che stiamo per sorpassare gli USA. Quindi non solo tanta ricerca, ma anche di qualità (rispetto alla spesa).

Se poi guardiamo il numero di articoli per ricercatore, ecco l'ultima sorpresa.



E il numero di citazioni per ricercatore.

In questi ultimi due casi siamo incredibilmente in testa, con un caveat:
Of particular note is Italy, which shows a very high but broadly stable productivity per researcher; as noted in the previous report in this series, this indicator may be overestimated owing to underestimation of researcher counts for Italy.
Ecco, non ho capito come il numero possa essere sottostimato, perché altrove sta scritto che le linee tratteggiate sono stime, mentre le linee continue sono dati ufficiali (presi da dove?). Se andate a riuardare il grafico sul numero di ricercatori riportato più su nel post, vedrete che la linea dell'Italia è continua.

Secondo me, la statistica tiene conto dei ricercatori e dei docenti assunti in pianta stabile, il cui numero viene messo a disposizione dal MIUR, mentre i ricercatori precari sono esclusi da questa statistica perché non è detto che siano tutti conteggiati ufficialmente. Però è una mia interpretazione, e se qualcuno ne sa di più lo pregherei di fare luce sulla questione.

Infine, il mio commento. Non c'e da essere contenti, secondo me. In tutti i grafici stiamo messi male, sia come input che come output. Gli unici grafici su cui siamo messi bene sono quelli che mostrano il rapporto tra risultati ottenuti e soldi spesi.

Ne consegue, secondo me in maniera abbastanza evidente, che il sistema della ricerca italiana è già molto efficiente, e che difficilmente sarà possibile migliorare questi numeri continuando a tagliare la spesa. Certamente, tutto è perfettibile. Ma forse sarà il caso di andare a cercare gli sprechi da qualche altra parte.





martedì 24 dicembre 2013

Joyeux Noël !

Anche quest'anno, passerò il natale in Francia. Domani abbiamo amici a pranzo, e quindi stasera l'abbiamo passata a preparare il brodo di cappone e la salsa verde per condirlo.

Nell'attesa della scorpacciata di domani, auguri a tutti di buon natale e di buone feste con qualche foto di Parigi.


Mercatino di Natale vicino Notre Dame

La coreografia di quest'anno alle Galerie La Fayette
La giostra davanti l'Hotel de Ville


BUONE FESTE!!



PS: tutte le foto sono Copyright di Eleonora Fornaciari (mia moglie), potete riusarle citando l'autore. Grazie!

lunedì 2 dicembre 2013

Sulla RER B

Da quando sto a Parigi, faccio la vita del pendolare. Ogni giorno della settimana prendo la RER B. La mattina salgo alla fermata di "Cité Universitaire", e scendo a "Bagneux", la sera faccio il percorso inverso.


La RER B è una specie di spina dorsale del trasporto parigino: da nord a sud sono tantissime fermate, e molti chilometri. Dall'aeroporto di Charles De Gaulle fino alla lontanissima "St. Remy lès-chevreuse", ci vorrà più di un'ora e mezzo. Soprattutto, la RER B collega alcune importanti e popolose "banlieu" di Parigi al centro, e viceversa. Quindi ogni giorno viene utilizzata da moltissime persone.

A me non va tanto male, in fondo sono solo 4 fermate: Gentilly, Laplace, Arcueil-Cachan, Bagneux, 10 minuti circa in tutto. I treni poi sono di solito frequenti, e quindi, nel caso migliore si tratta di una cosa comodissima.

Però i treni sono quasi sempre sporchi e pieni di gente e spesso puzzano. E a seconda dell'orario, sono pieni e si sta stretti come sardine. E spesso ci sono degli incidenti e dei rallentamenti per i motivi più disparati, e quindi un comodo tragitto di 10 minuti può qualche volta trasformarsi in un inferno di mezz'ora o anche più.

Sulla RER B e sull'umanità che la frequenta ci sarebbe da parlare per ore o da scriverne libri. Per esempio, si potrebbe fare un'analisi comparativa dei mezzi di trasporto pubblico nelle varie capitali europee, e notare come a Parigi la gente, la maggior parte delle volte, tenda a star in silenzio nei luoghi pubblici, o a parlare sottovoce, e quindi può capitare la situazione davvero irreale di stare in un vagone strapieno di gente impacchettata una sull'altra, ma tutti zitti a sudare in silenzio, sperando che la propria fermata arrivi il prima possibile. In confronto, provate ad andare sulla metro a Roma, e poi mi direte se c'è silenzio.

Comunque, quello che volevo raccontarvi oggi è un altro strano fenomeno, che avviene spesso alla stazione di "Laplace".

Questa stazione è particolare perché funziona da deposito e scambio, e ci sono ben 4 binari, due per ogni direzione. Devo inoltre premettere che non tutti i treni fanno sempre tutte le fermate: in particolare, alcuni treni saltano la stazione di Gentilly, guadagnando quindi un minuto rispetto ai treni che invece ci si fermano.

La sera, quando torno a casa, capita qualche volta che il treno si fermi a Laplace e resti li' fermo in attesa qualche minuto. Nel frattempo, di solito un altro treno che va nella stessa direzione si ferma dall'altro lato del marciapiede.

Quale dei due treni ripartirà per primo? Non è sempre dato saperlo. A volte il nuovo arrivato riparte subito, sorpassando così il treno precedente; a volte invece è il vecchio treno a ripartire per primo. Da che dipende? Da un sacco di fattori. Forse il nuovo treno è di quelli veloci, salterà la stazione di Gentilly, e quindi arriverà un paio di minuti prima a destinazione, così lo fanno passare avanti. Oppure sarà il vecchio treno a ripartire per primo (ma allora perché si era fermato?, boh). Oppure potrebbe essere che il vecchio treno ha qualche problema tecnico, e dovrà restare fermo un bel po'.

In un anno e mezzo di pendolarismo io non ho ancora capito come funziona, e non so indovinare quale ripartirà per primo. Devo ammettere però che, dal punto di vista di calcolo della probabilità, il nuovo treno riparte prima con maggiore probabilità. 


Insomma, oggi c'era questo treno fermo a Laplace con me dentro, mentre si ferma un altro treno dall'altra parte del marciapiede. A questo punto, c'è sempre qualcuno che si alza, e cambia treno al volo, scommettendo sul fatto che l'altro partirà primo. E di solito, appena gli altri passeggeri vedono questo primo scommettitore, ecco che si lanciano anche loro dietro. Si fanno prendere dall'effetto imitazione, e si lanciano in gruppo dall'altra parte. Metà treno quindi si è svuotato per riversarsi sull'altro.


Ma il bello è che l'effetto "trascinamento" ad un certo punto finisce: non tutti si spostano dall'altra parte, una buona metà rimane ferma. C'è gente che non ha voglia di correre: ha già gli occhi semichiusi, chissà a che ora si è alzata stamattina; chi continua ad ascoltare imperterrito la musica dal suo smartphone con il suo "casque" all'ultima moda; chi si guarda intorno senza capire bene cosa succede; chi semplicemente scommette sul vecchio treno puzzolente.

Ed oggi c'ero anch'io tra questi ultimi: tutto intabarrato nel mio combo giubbotto+sciarpa+cappello di lana, forse con un po' di febbriciattola, non avevo voglia. Che ci metta quanto vuole questo dannato treno, sono stanco di correre, sgomitare, spingere tra la folla. Guardo quelli rimasti come me sullo stesso treno, compagni di stanchezza, con il loro sguardo un po' perso nel vuoto ma tranquillo. Il vagone improvvisamente si è fatto più largo e comodo, e possiamo sederci tutti, finalmente. E poi guardo da quell'altra parte i frettolosi tutti stipati sul nuovo treno che naturalmente arrivava già carico ed adesso lo è ancora di più. Con lo sguardo deciso ci guardano trionfanti: ce l'hanno fatta, partiranno e arriveranno prima di noi, forza che non c'è tempo da perdere, che prima si parte e prima si arriva!

E rimaniamo li, per un tempo che sembra infinito.

E improvvisamente il suono "biiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii..." - che avverte che le porte stanno per chiudersi - "...iiiiiiiiiiiiiiiii..." - e poi il treno finalmente partirà - "...iiiiiiiiiiiiiiiiiiii..." - ma il suono viene ... dal nostro treno !! - "...iiiiiiiiiiiiiiiiiii..." e lo sguardo disperato di quelli dall'altra parte, li vedo chiaramente la loro espressione facciale che sembra dire "putain!" - "...iiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii..." - non c'è più il tempo per saltare di qua! - "...iiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii..." - o forse si, forse - "...iiiiiiiiiiipp" , troppo tardi, le porte si chiudono, fregati!

E il treno parte lentamente in questa buia sera della banlieu parigina. E arriverò a casa camminando con calma, dopo aver comprato la solita baguette, pensando a come è davvero buffo tutto questo affannarsi.   


domenica 17 novembre 2013

La débacle dell'Università italiana

Letta aveva risposto a Fazio:
"Promette che questa volta non ci saranno tagli per la cultura, la scuola e la ricerca?
Mi prendo l'impegno: se ci saranno dei tagli mi dimetto"
Naturalmente, lui è pronto a negare che ci siano stati tagli e, forse, dati alla mano e con l'aiuto di un capace ragioniere, potrebbe anche provare a dimostrare di avere ragione. Fatto sta che l'Università italiana, nel suo complesso ne esce ancora una volta con le ossa rotte.

Prendiamo questo articolo di Walter Tocci. A scanso equivoci: si tratta di un articolo di un PD-ino, sull'Unità, giornale del PD. I numeri che riporta sono tragici e purtroppo veritieri:
Negli ultimi cinque anni i professori sono diminuiti di diecimila unità e la dinamica proseguirebbe allo stesso ritmo con le regole previste dalla legge di Stabilità. Nel decennio 2008-2018 avremmo una riduzione complessiva di circa ventimila unità – un docente su tre – con una radicale riduzione dell’offerta didattica e della qualità della ricerca.
Non mi venite a dire, per favore, che ridurre i docenti di un terzo possa essere considerato, non dico un "investire nell'Università", ma neanche un "evitare tagli".

Se anche uno possa essersi convinto dalla retorica del precedente ministero Gelmini che la maggior parte dei docenti italiani sono inadeguati, e che quindi una profonda riforma meritocratica fosse necessaria, non vedo come "ridurre i docenti di un terzo" possa essere considerato un passo in questa direzione. Soprattutto perché questa riduzione è avvenuta con l'utilizzo furiosamente punitivo del blocco del turn-over: per ogni 5 docenti che vanno in pensione se ne può assumere solo uno. Quindi alt ai giovani meritevoli. Per darvi un'idea della "tragedia", guardiamo i numeri dell'Università Federico II di Napoli, segnalato da Francesco Buscemi sul Il Post:
Facciamo un esempio per rendere un po’ più chiara questa complessa situazione. In assenza del blocco del turn over, l’università di Napoli “Federico II” avrebbe avuto più o meno 143 punti organico, equivalenti a circa 143 ordinari che andavano in pensione per l’anno 2012. Con il turn over al 20 per cento quei punti organico scendevano a poco più di 28. Applicando l’indicatore imposto dal decreto ministeriale della ministra Carrozza, i punti per l’ateneo napoletano scendono ancora di più, fino a 9,8.
In pratica, per 143 professori ordinari che vanno in pensione, la Federico II potrà assumerne "quasi" 10, oppure un pochino più di associati. Ed è inutile sostenere che si tratta delle regole "meritocratiche" del ministero: quasi tutte le università italiane hanno visto e continueranno a vedere drasticamente ridotto il numero dei loro docenti, chi più chi meno. Ed è difficile sostenere che il "cattivo" comportamento delle passate amministrazioni della Federico II possa spiegare una bastonata di codeste dimensioni, a meno che non si voglia sostenere che bisogna chiudere in blocco le Università del sud.

Per chiudere il cerchio: è stato annullato il programma PRIN per finanziare progetti di ricerca; ed è stato annullato il "premio" di 41 milioni alle università "virtuose", ovvero quelle che si erano classificate meglio nel ranking della valutazione VQR. Dov'è la meritocrazia?
 

Abilitazioni


Per chi poi aspira a uno di quei pochissimi posti che saranno messi al bando per rimpiazzare i tanti docenti che andranno in pensione, la situazione è drammaticamente incerta.

Infatti per diventare docente in Italia è adesso necessario ottenere l'abilitazione nazionale. Il primo bando per abilitazione è partito nel'ottobre 2012, e nelle intenzioni del ministero e della legge Gelmini ci dovrà essere un bando simile ogni anno. E infatti, ne hanno bandito uno per il 2013, peccato che non si abbiano ad oggi i risultati di quello precedente. Il numero di domande è infatti stato enorme come c'era da aspettarsi dopo tutti questi blocchi. La cosa però davvero incredibilmente italiana è stata l'impreparazione del ministero e dell'ANVUR di fronte a questi numeri, che ripeto erano ampiamente previsti. Impreparazione che ha ritardato tutte le procedure barocche che erano state messe in campo.

L'ANVUR inizialmente aveva pensato che sarebbe bastato calcolare degli "indici bibliometrici" per ciascun candidato, e quindi decidere il risultato dell'abilitazione con delel semplici formule matematiche. Anche qui non si possono non rilevare il dilettantismo con cui è stata affrontata la questione: dopo mille peripezie, il ministero ha infine raccomandato alle commissioni di esprimere un giudizio personalizzato per ciascun candidato. Nel mio settore, una commissione di 5 elementi dovrà esprimere quasi 1500 giudizi, da cui l'enorme ritardo. I primi risultati erano attesi per fine maggio, ma di rinvio in rinvio, la deadline è adesso spostata al 30 Novembre, e chissà se sarà rispettata. Per non parlare dell'incredibile incertezza normativa, si attendono ricorsi a pioggia. Per non parlare della buffonata dei cosidetti "settori non bibliometrici".

Il ruolo del governo e del PD


L'articolo di Walter Tocci che ho linkato poco più su mi ha procurato parecchio mal di pancia. Infatti, Tocci denuncia la situazione e dichiara che il PD si batterà per porre degli emendamenti.

Ma il presidente del consiglio è del PD; il ministro dell'Istruzione è del PD (in particolare è stata eletta capolista in Toscana). Niente ministri tecnici dunque. La maggioranza assoluta alla camera è del PD e di Sinistra e Libertà. Se davvero il PD è "contro" questa legge finanziaria per quanto riguarda i tagli all'Università, come mai il governo a maggioranza PD l'ha proposta?

E quindi, si ritorna a bomba: qual'è l'indirizzo politico del PD sulla questione? Niente è dato sapere. E io mi sono sinceramente stancato di questo doppio gioco, del partito di lotta e di governo. Di Letta che promette dimissioni che non arriveranno, e di Tocci che promette lotte in parlamento che non ci saranno. Ripeto: sono sinceramente stanco di tutto ciò.

Il ruolo dell'Europa


Si dice che l'Europa ci impedisce di investire per vincoli di bilancio. I tagli sarebbero inevitabili dunque per rientrare nei parametri e per ottenere la benevolenza dei potenti europei.

Se anche uno volesse seguire la retorica dei tagli e della disciplina di bilancio, è però necessario riservarsi una via d'uscita, perché altrimenti, nel momento in cui i tagli avranno avuto il loro supposto (ed improbabile) effetto benefico sull'economia, bisognerà avere qualcosa con cui ripartire.

Ci vuole quindi un indirizzo "politico", ne abbiamo disperatamente bisogno. È bene dirlo chiaramente: non possiamo fare granchè, e non possiamo "investire" in niente. Quindi, la domanda è: dove tagliare selvaggiamente, e cosa salvare per il futuro? Non tutte le scelte sono equivalenti. Mentre i paesi del nord continuano a investire (o anche a non-disinvestire) in ricerca, noi invece stiamo distruggendo l'Università pubblica.

È urgente rispondere alla seguente domanda: con chi vogliamo competere nel futuro? A seconda di come intendiamo rispondere a questa domanda, bisognerà capire quali settori conviene "salvare" dai tagli sanguinosi che l'Europa ci impone. Vogliamo forse competere nel settore manufatturiero? I nostri competitori sono quindi i paesi emergenti, Cina su tutti. È una scelta perdente a detta di tutti. Converrebbe investire nell'innovazione, nel "cervello" che guida il settore produttivo. Serve quindi ricerca e Università.

Vogliamo competere nell'agro-alimentare di qualità? Potrebbe essere una scelta, io sinceramente la vedo nettamente perdente, per tanti aspetti: su tutti, il fatto che il settore è ampiamente e abbondantemente supportato a livello europeo, e probabilmente non lo sarà ancora a lungo. Inoltre, mi dispiace dirlo ai tanti che credono nelle cose "naturali", l'agro-alimentare di qualità si fa con la ricerca e con la chimica, sia essa "bio" o "ogm", volenti o nolenti. Quindi, anche qui, servono ricerca e Università.

Vogliamo competere nel turismo culturale? Vanno allora presi una serie di provvedimenti "forti" che facciano in modo che i musei italiani possano essere competitivi con Louvre, British Museum, etc. Non abbiamo bisogno che Salvatore Settis si metta a strillare sulla Repubblica di lesa maestà (leggere la risposta più che convincente di Ivan Scalfarotto sul Post), ma rimboccarci le maniche e far fruttare il settore per come si deve. In ogni caso serviranno competenze alte in questo settore, non solo cuochi e camerieri. Competenze che non ci mancherebbero, dato che uno dei vicedirettori del Louvre è una italiana.

In ogni caso, mantenere un fertile terreno per la ricerca italiana è indispensabile se vogliamo riprenderci, quando e se usciremo dalla crisi.  Ed è inutile fare tanti giri di parole: la ricerca in Italia è fatta nell'Università pubblica, perché la ricerca privata quasi non esiste.

Ed infine, è bene dirlo chiaramente. Non bastano pochi centri di eccellenza circondati dal deserto: serve massa critica, servono tanti laureati capaci, servono tanti giovani con tanta voglia di fare, ma tanti tanti.

Conclusioni?


L'università italiana sta per essere fortemente ridimensionata. Non servono strane riforme più o meno meritocratiche, a mio parere. Serve invece che la smettano di tagliare, quanto meno per preservare i livelli esistenti. E per mantenere l'esistente non servono tantissimi soldi, e sono sicuro che l'Europa capirebbe. Ed è molto più importante della discussione sull'IMU.

lunedì 11 novembre 2013

Assenza prolungata

Ultimamente ho scritto molto poco sui miei blog. Al contrario di altri, non mi sono ancora completamente disaffezionato alla scrittura. E' vero che adesso passo più tempo su altri social (twitter e su friendfeed), complice l'acquisto di uno smartphone. E' anche vero che ho molto da fare, tra famiglia e lavoro.

La ragione vera, però, è che sono costretto a stare lontano dal PC in orario non da lavoro a causa di una fastidiosa nevralgia che mi procura notevoli mal di testa. Non so bene a cosa sia dovuta: forse è un problema di postura, forse la chiusura della mandibola, forse il poco movimento fisico, non saprei.

A causa di questo, trovo difficile e doloroso mettermi a scrivere al PC, e dato che scrivere al PC è quello che faccio praticamente per gran parte del tempo dedicato al mio lavoro, capirete che arrivato alla sera preferisco staccare, e mi limito a postare qualcosina sui suddetti social con lo smartphone. Per questo motivo i miei blog personali languono un po'. Per fortuna che Ok, Panico viene portato avanti egregiamente da Juhan e Robitex e dal resto della truppa!

Lo so che non sentivate la mia mancanza, ma per i pochissimi che venivano ogni tanto qui a leggere, mi dispiace ma per ora il blog continuerà a languire con pochi rarefatti post, almeno fino a quando le cose non miglioreranno un po'.