sabato 10 marzo 2012

Divagazioni del fine settimana

Pensieri sparsi.

Il quid
Oggi qualcuno ha deciso di tirare fuori il quid, e non è stato un bello spettacolo. Molto rilevante (tanto da andare nel Tg1) il momento in cui ha detto: "La settimana prossima vorrò incontrare il presidente dell'Abi per dire che il Pdl è a fianco delle banche se le banche sono a fianco del popolo ma il Pdl sarà contro le banche se le banche saranno contro il popolo". Immagino già lo sguardo attonito del presidente dell'Abi di fronte a tanta profondità di pensiero politico. Chissà quanti mesi di elaborazione gli sono costati. Si vede che si avvicinano le elezioni locali, vero? 

Nel frattempo, Bossi minaccia di morte il premier Monti, ma nessuno ci fa più caso: "Eh, ci sono le elezioni, e poi si sa come è fatto Bossi, sono messaggi al suo elettorato, ecc.". Ferrara dice che dobbiamo lasciare stare la Lega, perché è una forza politica che ha rivoluzionato la politica italiana (ah ah ah), e poi Bossi sta male e non è giusto prendersela con uno malato (!). Beh, se è malato fallo curare, no? Povero Ferrara, ora gli tocca fare anche lo sguattero di Bossi. 

A sinistra, intanto, veniamo a sapere da Vendola che dobbiamo sederci tutti a un tavolo per discutere. Bersani è nei casini (batutta scontata) per le primarie, i popolari sono nei casini (aridaglie) per colpa di Lusi, Renzi da un po' sta zitto che se parla lo menano con la storia dei finanziamenti presi da Lusi, e così via. Ma sì, sedetevi a 'sto tavolo, mangiate, bevete (soprattutto bevete tanto vino) e scordatevi di noi una buona volta. 
La politica italiana è morta, e al posto della politica abbiamo queste rappresentazioni giornaliere che vorrebbero appassionarci, e invece ci fanno ribrezzo. La vedo nerissima, ragazzi.

La fine del mondo
Oggi apro Twitter, e mi trovo un messaggio sponsorizzato da questi qui.  Sembra che ci siano ben 14 segni che annunciano la venuta (anzi il ritorno) di Cristo in terra, e loro sono disposti a spiegarmeli. Sospetto vogliano qualcosa in cambio, ma dal loro sito non è molto chiaro. Ma come si fa a non fidarsi di tipi così? su, andiamo!
 

Una sola cosa non mi è chiara: perché il sito si chiama "il mondo di domani" se il mondo sta per finire? Tra profezie maya, fondamentalisti cristiani musulmani e ebraici, non si sa più dove battere la testa.

Cultura americana
Sul NY Times Paul Krugman ha scritto un pezzo sui candidati repubblicani alla casa bianca e sulla loro "antipatia" per il tema dell'education. Sembra che Rick Santorum qualche settimana fa abbia inveito contro le Università perché indottrinano gli americani. Nessuna sorpresa: uno si aspetta una posizione così da uno come Santorum, e magari i tizi nella foto sono pronti a spellarsi le mani per lui, e ancora più pronti a scucire denaro per farlo eleggere.

Ma Mitt Romney, il moderato, è anche peggio di così. A sentire Krugman, a domanda di uno studente che chiedeva come fare a pagarsi le esose rette nei migliori college, Romney avrebbe risposto "trovati un college meno costoso, e non sperare che lo stato ti aiuti a pagartelo". Ok, sembra essere proprio l'approccio tipicamente liberista dei conservatori americanme li i, ma in realtà c'è molto di più, ed è la convinzione radicata che l'educazione degli americani sia una faccenda esclusivamente personale, un business come tutti gli altri, e non un problema della società nel suo complesso. E non, solo in america, ma quasi dappertutto nel mondo occidentale non si fa altro che tagliare sulla scuola e sull'università.

Ma giusto per saltare di palo in frasca (oggi mi è presa così), volevo dire un'altra cosa su Romney: che non riesce a "connettersi" con il resto degli americani, con quelli che dovrebbero votarlo. Questo articolo parla dell'effetto robot, cioè della sensazione di disagio ("uncanny" nell'articolo) che prova chi interagisce con il candidato repubblicano: la risposta data allo studente, nuda e cruda, è solo uno dei tanti esempi della sua "rudeness": come il fatto di vantarsi delle due cadillac della moglie, oppure di raccontare barzellette degli anni '50 a cui non ride più nessuno. 

Forse è per questo che l'unico candidato "decente" dei repubblicani in realtà sia ancora lontano dalla nomination, e fatichi a staccare uno come Santorum. Oppure dobbiamo pensare che i repubblicani ormai si siano ridotti a un gruppo di falchi, fanatici, crezionisti, il cui unico scopo sia la lotta contro l'aborto e il taglio delle tasse ai ricchi. Ahi ahi, che tempi duri che ci aspettano.

Beh, per oggi mi sono depresso abbastanza, vado a dormire che domani devo portare i miei figli a giocare, così mi riprendo un po'.

lunedì 5 marzo 2012

E' arrivato Gundam

Al laboratorio Percro della Scuola Superiore Sant'Anna, da anni  si lavora a fare la Mobile-Suit di Gundam (loro dicono Avatar, ma Gundam era più figo).

L'avevavo già fatto vedere su Cosmo, lo sfortunato programma televisivo condotto da Luca De Biase, e ora è uscita la notizia di nuovo.



(scusate per l'interruzione pubblicitaria, ma un po' di autopromozione ogni tanto ci vuole)

mercoledì 29 febbraio 2012

Rivoluzione liberale?


Le parole non sono altro che convenzioni, simboli a cui noi convenzionalmente associamo concetti più o meno concreti. Le convenzioni possono cambiare, per cui una parola può assumere diversi significati in ambiti diversi e in tempi diversi. Con il passare del tempo una parola può pian piano cominciare ad assorbire nuove sfumature, e se aspettiamo abbastanza a lungo, cambiare completamente significato. 

Spesso gli uomini si chiedono stupiti come sia potuto accadere: perché tali processi linguistici e semantici sono tutt'altro che voluti, anzi il più delle volte sono incidentali, casuali, inaspettati. E quindi, ci ritroviamo a rigirarci in bocca questa parola, e ci chiediamo attoniti come mai sia possibile che adesso tale parola sia associata a un significato diverso da quello che ci aspettavamo.

Negli ultimi anni mi è successo frequentemente. Per esempi con la parola "libertà". Sentivo "casa delle libertà", e poi "popolo delle libertà" e mi chiedevo che c'entrasse la parola libertà con quelle formazioni politiche. Una specie di distonia tra il concetto astratto e il suo uso improprio, fino a quando la realtà ha purtroppo preso il sopravvento e adesso a sentire la parola "libertà" viene sento in bocca retrogusto di tristezza.

Ci ripensavo oggi, e mi rigiravo in testa la parola "liberalizzazione". Perché, vedete, è stato varato questo atteso decreto sulle liberalizzazioni, che dovrebbe arrivare presto all'approvazione del parlamento dopo essere passato in commissione. E queste liberalizzazioni sarebbero alfine quali? Le farmacie? Una ogni 3300 abitanti. I taxi? Decideranno i comuni. Gli ordini professionali? Si, aspetta un fantomatico riordino.  Gli avvocati? Niente preventivo.

Ora, potrete essere d'accordo o no, a favore o contro questi provvedimenti. Ma perché chiamarle liberalizzazioni? Cos'hanno a che fare con una  "liberalizzazione"? Cosa c'è di "riforma liberale" in questi provvedimentini? Però i giornali, i politici, i capipartito si ostinano a parlare di "liberalizzazioni". 

Le parole sono importanti, sapete? Servono per comunicare, e quindi è bene che ci mettiamo d'accordo sul loro significato. Non vorrei che a partire da domani la parola "liberalizzazione" venisse usata per significare  "riformetta striminzita".  Nel caso, sarà bene avvertire il Devoto-Oli.

lunedì 27 febbraio 2012

La soffocante burocrazia

Phastidio oggi segnala due aneddoti sulla Grecia. Che spiegano in parte (solo in parte) alcuni dei mali del paese.
Cominciamo da questo (preso da qui):
A friend and I met up at a new bookstore and café in the centre of town, which has only been open for a month. The establishment is in the center of an area filled with bars, and the owner decided the neighborhood could use a place for people to convene and talk without having to drink alcohol and listen to loud music. After we sat down, we asked the waitress for a coffee. She thanked us for our order and immediately turned and walked out the front door. My friend explained that the owner of the bookstore/café couldn’t get a license to provide coffee. She had tried to just buy a coffee machine and give the coffee away for free, thinking that lingering patrons would boost book sales.  However, giving away coffee was illegal as well. Instead, the owner had to strike a deal with a bar across the street, whereby they make the coffee and the waitress spends all day shuttling between the bar and the bookstore/café. My friend also explained to me that books could not be purchased at the bookstore, as it was after 18h and it is illegal to sell books in Greece beyond that hour. I was in a bookstore/café that could neither sell books nor make coffee.
E poi ci sarebbe quest'altro:
It took 10 months, a fat bundle of paperwork, countless certificates, long hours of haggling with bureaucrats and overcoming myriad other inconceivable obstacles for one group of young entrepreneurs to open an online store. [...]
Antonopoulos and his partners spent hours collecting papers from tax offices, the Athens Chamber of Commerce and Industry, the municipal service where the company is based, the health inspector’s office, the fire department and banks. At the health department, they were told that all the shareholders of the company would have to provide chest X-rays, and, in the most surreal demand of all, stool samples.
Once they climbed the crazy mountain of Greek bureaucracy and reached the summit, they faced the quagmire of the bank, where the issue of how to confirm the credit card details of customers ended in the bank demanding that the entire website be in Greek only, including the names of the products. [...]
Antonopoulos describes the massive difference between the treatment he and his partners received from the Greek authorities and the American Food and Drug Administration (FDA), whose approval Oliveshop.com needed in order to export its products to the USA.
“I contacted the FDA and they sent us an e-mail with directions immediately. I filled in an online form and was done in five minutes. We received the approval 24 hours after making our application.”
The online store has already been in operation for five months and has received orders from countries as diverse as Denmark, Germany, Norway, Mongolia and the USA. The company is already covering its operational costs and is working on expanding its site with two new versions, in German and Italian. [...]
Io non sono poi così tanto liberista, anzi sarei abbastanza più socialista che liberale. Credo che lo stato, oltre che essere inevitabile, sia a volte addirittura utile (pensa te).

Però i cittadini devono essere liberi di esprimere il proprio potenziale, di poter interagire liberamente, quando e come vogliono. E lo stato non può arrogarsi il diritto di regolare ogni singola attività dell'individuo. Oltre che essere anti-economico, un tale comportamento odioso è anche corrotto, immorale e eticamente inaccettabile.

Lo stato dovrebbe regolare il meno possibile: meno è meglio è. 



domenica 26 febbraio 2012

E' possibile valutare le università?

Il collega Giorgio mi segnala questo articolo di Andrea Bonaccorsi. Ricordo che Andrea è membro dell'ANVUR, e quindi le sue idee hanno un certo peso.

La misura dei saperi

Nel dibattito aperto dall'ipotesi di abolizione del valore legale del titolo di studio si è fatto cenno alla possibilità che le università italiane siano classificate in categorie di qualità e che dal ranking discendano conseguenze sui laureati. L'idea nasconde uno scarto logico incomprensibile tra dare un voto a un'istituzione e dare un voto a un individuo. Sarebbe come proporre che nelle gare internazionali dei vini si desse un voto prima alla regione di provenienza (quindi il Piemonte o il Bordeaux avrebbero voti migliori in partenza) e dopo alla singola bottiglia. A parte questo errore, il dibattito riapre la questione della possibilità di giungere a una graduatoria (ranking) di entità complesse come le università.
Ellen Hazelkorn ha pubblicato il primo studio sistematico sui ranking delle università. Attualmente esistono circa cinquanta ranking a livello nazionale e almeno dieci a livello mondiale. L'enorme impatto mediatico è abilmente sfruttato dai produttori delle graduatorie, che scandiscono il calendario con la consumata perizia dei migliori uffici di comunicazione, pubblicando i dati a distanza uno dall'altro, per non disturbarsi a vicenda sui media. I ranking hanno un potere di attrazione formidabile, perché sintetizzano in un'unica, semplice misura fenomeni complessi, utilizzando solo informazioni quantitative. Tuttavia i ranking hanno severi limiti metodologici e conseguenze perverse. Sotto il profilo metodologico, utilizzano pochi indicatori, che sono correlati tra di loro. La scelta dei pesi per la costruzione dell'indicatore di sintesi è arbitraria, e inoltre non vengono pubblicati i criteri con cui si effettuano le indagini di opinione di tipo campionario. Di conseguenza essi privilegiano università grandi, antiche e orientate alla ricerca scientifico-tecnologica e medica, sacrificando invece università specialiste, oppure università generaliste di media dimensione o più giovani.
Le graduatorie hanno anche effetti distorcenti per almeno due ragioni. La prima è che inducono i governi a ritenere che obiettivo principale sia salire o entrare nel vertice delle classifiche, tralasciando altre dimensioni della missione delle università, non catturata dai pochi indicatori delle graduatorie. Secondo, le graduatorie non forniscono alcuna indicazione per quelle che si collocano sotto la soglia di visibilità. La lista delle prime cinquanta è relativamente stabile negli anni e anche tra graduatorie diverse, ma appena si scende più in basso la posizione relativa perde ogni significato. Questo costituisce un serio problema per il nostro Paese, nel quale le eccellenze non sono concentrate in poche istituzioni, ma distribuite.
Ciò significa che qualunque quantificazione va rigettata come arbitraria? Questa è l'opinione di Alain Abelhauser, Roland Gori e Marie-Jean Sauret, tre psicanalisti e professori di psicopatologia francesi che hanno dato voce in La folie évaluation ai timori più profondi di una parte della classe accademica. La loro tesi è drastica: la valutazione delle università e della ricerca si iscrive in un programma neoliberale e di estensione del dominio del mercato e del profitto, genera conformismo intellettuale, si basa su metodi di quantificazione che reclamano una obiettività impossibile e quindi mascherano dispositivi di servitù volontaria. In linea di principio, qualunque misurazione è illegittima e qualunque giudizio è autoritario, perché le realtà da valutare sono incommensurabili. Combinando la tradizionale polemica degli psicoanalisti contro gli approcci di psicologia sperimentale con letture tardive di Foucault e Bourdieu (ma anche di Pasolini), gli autori invitano né più né meno alla rivolta contro la valutazione.
Un approccio più sobrio è proposto da due matematici esperti di scelta sociale, che in Majority judgment sviluppano un'idea semplice e potente. Non è vero che la realtà sociale è misurabile esattamente allo stesso modo di quella fisica (e quindi le pretese di obiettività vanno senz'altro messe in discussione). Tuttavia gli individui riescono piuttosto bene a valutare gli oggetti ricorrendo al linguaggio naturale, perché esso fornisce criteri chiari per ordinare gerarchicamente tutte le possibili dimensioni della qualità, siano esse riferibili ai vini, alle gare di tuffi o ai candidati alla presidenza francesi. La sfida principale è quindi sviluppare un linguaggio comune per descrivere verbalmente livelli crescenti di qualità: una volta costruito il linguaggio, si può dimostrare con opportuni teoremi che esistono metodi di aggregazione dei giudizi soggettivi che rendono inattaccabile il risultato finale.
Tra visibilità mediatica, basata su un'illusoria certezza dei numeri, e pretesa di incommensurabilità esiste dunque una terza alternativa, meno roboante, ma per fortuna più robusta.

venerdì 24 febbraio 2012

Fangari

Tra Marsala e Trapani c'è sempre stata un bel po' di ruggine. Non come Pisa-Livorno, per carità, ma sicuramente i cugini trapanesi non ci sono mai stati simpatici. Probabilmente il problema è che loro sono capoluogo di provincia, e noi no, anche se Marsala è più ricca e più grande di Trapani.

Quando ero ragazzo, poi, c'erano i derby di calcio e di basket tra le due città, prima che sia nel calcio che nel basket le varie società sportive marsalasi fallissero tutte. E naturalmente ci si insultava. I trapanesi ci chiamavano "asineddi", anche di più dopo l'istallazione a Marsala della "fontana del vino", questa cosa qui:

Come vedete, raffigura un asino scalciante e una donna in posizione, diciamo, molto equivoca. Opera dello scultore Salvatore Fiume, ai marsalesi ovviamente non è mai piaciuta.

Noi invece i trapanesi li chiamavamo "fangari", perché a causa della conformazione del territorio e della mancanza di un sistema fognario, quando pioveva un pochino più del solito Trapani si allagava e si riempiva di fango. "Fangaro" era usato con gran disprezzo, una cosa molto offensiva, era un preludio quasi sicuro alla rissa.

Il termine mi è tornato in mente leggendo oggi il post di Peppe: perché Zichichi è un "fangaro", lo sapevate?

lunedì 13 febbraio 2012

Temi caldi


Ma cosa è diventata Repubblica.it? Un raccoglitore di spam, che ridirige su facebook, dove tutti mettono like su queste stronzate, che rimbalzano in cima sulla colonnina destra di Repubblica.it perché "temi caldi", ed essendo in cima tutti ci ri-clicchano su, di modo che diventano ancora più caldi, e così via. 

Insomma, un sistema a retroazione positiva sulle stronzate. E con queste baracconate attirerebbero gli inserzionisti? Che paese di merda che siamo diventati.

domenica 12 febbraio 2012

I trucchi dell'editoria accademica

Ho scritto un lungo post/denuncia su delle pratiche piuttosto scorrette utilizzate da alcune riviste accademiche. Lo trovate in inglese su Algoland (il mio zombie-blog).

domenica 5 febbraio 2012

Tafazzismo

Ma chi è che gestisce la comunicazione e l'immagine pubblica del sindaco Alemanno?

Prima si copre di ridicolo accusando le previsioni meteo e dimostrando così di non conoscere i fondamentali (l'equivalenza tra 1mm di pioggia e 1 cm di neve). Poi si fa prendere in giro su Twitter e, invece di abbozzare, si arrabbia e minaccia denunce. Poi cerca disperatamente di recuperare con una serie di foto semplicemente ridicole (vuole cospargere le vie di sale da cucina). Poi scopro il suo sito web: sublime già nel titolo. Poi chiama l'Annunziata per polemizzare in diretta con il capo della protezione civile Gabrielli. Poi va alla trasmissione inOnda di La7, e come prima cosa cita il suo fake su Twitter, poi ripete a pappagallo sta storia delle previsioni meteo, indi fa gesti poco eleganti nei confronti degli interlocutori.  

Caro sindaco, ormai la situazione è compromessa. Le consiglio però di liberarsi al più presti dei cialtroni che ha intorno. Provi magari ad assumere qualche giovane in gamba che ne capisce qualcosa di comunicazione. E poi si metta seriamente al lavoro invece di farsi fare servizi video con la pala in mano stile "Istituto Luce".

E se proprio non serve a niente, può sempre riciclarsi come comico.

sabato 4 febbraio 2012

Pubblicità ai tempi di Internet

La settimana scorsa sono stato una settimana a Parigi e ho cercato un posto per dormire su Internet. Da allora, ogni santa volta che accedo a un sito web qualunque vedo questo assurdo banner pubblicitario:


La risposta è no.

Non c'è modo di dire che non mi interessa? Caro Google Ads: NON MI INTERESSA. Vediamo se gli arriva il messaggio.